Tra due venditori, gli italiani hanno scelto l'originale. Non c'è scritto proprio così nel libro curato da Mario Morcellini e Michele Prospero ("Perché la sinistra ha perso le elezioni?"), ma quasi. A pagina 74, per esempio, si legge che Veltroni "ha contribuito alla personalizzazione, alla presidenzializzazione e alla mediatizzazione della competizione". Il partito "leaderizzato" e "centrato sui candidati piuttosto che sul programma", ha tentato invano di sconfiggere Berlusconi con le stesse armi di Berlusconi. Così l'illusione del "sindaco d'Italia", con il suo nuovismo calato dall'alto (leggi Partito democratico), si è sbriciolata sotto i colpi della "legnata" (le virgolette sarebbero di Massimo D'Alema, secondo i pettegolezzi a mezzo stampa, che sussurrano di una telefonata con il presidente Cossiga in cui l'ex ministro degli Esteri a pochi giorni dal voto preconizza la mattanza del centrosinistra). Ed è proprio D'Alema a non lasciarsi sfuggire l'ennesima produzione editoriale sulle ragioni della crisi a sinistra, per camminare con la solita garbata irriverenza sulle macerie dell'utopia veltroniana. Il Pd però non è un progetto sbagliato, spiega D'Alema agli universitari della facoltà di Scienze della comunicazione de La Sapienza di Roma. Semmai era sbagliato l'assunto, la "pretesa dell'autosufficienza" da alleanze che fanno vincere (Di Pietro no, quello - dice - è "del tutto speculare a Berlusconi"), l'idea di potercela fare acchitando una competizione di fatto bipartitica e personalizzata, anche se non più foraggiata dall'anti berlusconismo (semmai nell'a-berlusconismo, cioè nell'indifferenza all'avversario). La pretesa autarchica non ha pagato, osserva D'Alema, contro un Berlusconi che non si limita a tenere alto il vessillo dell'antipolitica. La storia recentissima degli ultimi successi elettorali del centrodestra ci consegna infatti un Cavaliere abile anche nella tessitura delle alleanze (con l'Udc in Sardegna per esempio). "Se a Berlusconi, che ha il monopolio dell'antipolitica plebiscitaria, gli lasciamo anche gli strumenti della politica, non c'è più partita". Lungi dal centrosinistra l'idea di poter sconfiggere il leder del Pdl con la politica spot. La sinistra, dunque, faccia la sinistra; dimentichi tentazioni plebiscitarie o velleità vetero obamiane ("l'idea che un messia giovane e bello ci salverà è un'illusione, ed è anche scarsamente democratica") e si rimetta a tessere. Con quella sinistra che ci sta (e che si dirà disponibile a una vera, e non litigiosa responsabilità di governo) e con un centro nuovamente autonomo ma disponibile all'ammicco con la sinistra moderata. Meglio con un neo parlamentarismo fondato sul sistema tedesco e con l'imprescindibile ex democristiano (ma questo ancora non si può dire) a garantire la credibilità politica e la tenuta della coalizione. L'idea che un'altra "legnata" (le Europee) possa ferire mortalmente l'istanza piddina, potrà insomma consolidare la prospettiva di senso caldeggiata dal lìder Massimo. Se scissione ci sarà, l'offerta partitica sarà riplasmata, con "Pd labour" che ritrovi la sinistra più responsabile e un grande centro suo alleato, con Casini candidato premier. In un nuovo bipolarismo che potrebbe restituire al centrosinistra non solo il governo del Paese, ma anche una governabilità finalmente stabile e soprattutto efficace. Qui sta l'invocazione al "recupero dell'autonomia culturale" di cui parla D'Alema, dopo lo "sbandamento organizzativo" che ha condizionato i primi vagiti del Pd.
Pierpaolo Arzilla










