La fuga operaia e l’Opa laburista agitano il Pd

Ancora tre settimane, e poi sarà il rompete le righe. E' quello che auspica l'ala dalemiana del Pd (e sotto sotto anche gli ex popolari, Enrico Letta in testa) con ministri labour e cgiellini al seguito. Proprio D'Alema appena qualche giorno fa sul Corriere della Sera, a proposito del suo partito, ammetteva candidamente: "Dividersi non è un dramma". Perché occorre saper tessere, come sinistra ulivista insegna. Meglio dividersi, dunque, per poi riplasmarsi; e magari meditare su quello sta accadendo a Trento, con le Provinciali del novembre scorso e le Comunali di ieri: l'alleanza Pd-Udc funziona che è una meraviglia. Alessandro Andreatta, vice sindaco uscente, si prende la poltrona di primo cittadino con quasi il 65 per cento dei consensi. "Il vento sta cambiando", diceva Veltroni il 10 novembre 2008 a commento della vittoria di Lorenzo Dellai, riconfermato per la terza volta consecutiva alla Provincia. Il 17 febbraio 2009, dopo il successo del Pdl in Abruzzo a dicembre e a 48 ore dal flop di Soru in Sardegna, il passo d'addio. Franceschini si limita a parlare di "risultato importantissimo" e incassa l'analisi di Buttiglione sul modello Trento: "C'è un centro forte che guida la coalizione e che fa alleanza con il Pd. Il modello Trento non è bipolare, perché c'è il centro e gli attori sono tre, non due". Perché se continuano a essere due, osserva l'Udc, Berlusconi continuerà a vincere l'elezioni. Meglio sparigliare tutto e riomogeneizzare la compagnia, con un centrosinistra in grado sì di compattarsi ma solo per la bisogna elettorale. E con una credibilità politica diversa dall'ammasso antiberlusconiano "a prescindere" dell'Ulivo-Unione (e magari con un candidato premier rigorosamente post democristiano). Il pressing di ex e potenziali alleati non piace all'ex ministro del lavoro Damiano, che mette in guardia sul rischio "Opa sull'elettorato Pd" da parte di Udc e Idv. Il rischio, in sostanza, è che dai due offerenti esca un ibrido cattopopulista e inconcludente che disegni traiettorie ancora favorevoli alla destra (magari anche post berlusconiana). Qui si tratta (per dirla ancora con D'Alema) di liberarsi dalle tentazioni populiste di un Di Pietro che può solo che rallentare il progetto tripolare (perché l'eroe di mani pulite e il Cavaliere sono "del tutto speculari", spiega l'ex ministro degli Esteri, a proposito delle loro affinità demagogiche). Se dividersi non è dramma, va da sè che occorre spingere per il "Pd labour", chiodo fisso di Damiano e Bersani, pronti ad arruolare la Cgil e quella sinistra senza cachemire che ha già avuto responsabilità di governo (Vendola). Per ridare finalmente una patria all'operaio disorientato. Che, secondo i sondaggi del Sole 24 Ore, avrebbe ormai platealmente spalancato le braccia a "papi" Silvio (il 43,4 per cento di chi lavora in fabbrica sceglie il Pdl, solo il 22,4 il Pd, secondo Ipsos). A sentire il mai banale Cremaschi, si tratterebbe invece di nausea da antipolitica, con la scelta di un male minore che si chiama non-voto. La fuga dalla sinistra, da qualunque sinistra, farebbe infatti rima con astensionismo, sostiene il segretario nazionale della Fiom. E' la mancanza di credibilità dell'attuale classe dirigente piddina a rendere scontato l'esito delle Europee. Il partito di Franceschini, spiega Cremaschi, non è in grado di mobilitare il suo elettorato perché "non riesce a dare messaggi chiari di giustizia sociale". L'Opa laburista di D'Alema-Bersani-Epifani ha il vento a favore.

 

Pierpaolo Arzilla

 

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