di Elia Fiorillo*
Per una volta maggioranza ed opposizione pare si trovino d'accordo. L'argomento di particolare delicatezza è quello delle intercettazioni telefoniche. Entrambi gli schieramenti, dopo le rivelazioni sui massicci accertamenti telefonici ad opera della procura della Repubblica di Catanzaro, esprimono serie preoccupazioni anche per la sicurezza del nostro Paese. La verità è che le intercettazioni sono una piaga tutta italiana che non si riesce a curare. Non perché la problematica presenti tali complessità, di ordine politico e tecnico, di difficile approccio e soluzione. Ma perché il mondo politico, spesso con ipocrisia, ha utilizzato le intercettazioni - legali o illegali - come arma impropria, ma particolarmente efficace per colpire avversari di partito o esponenti dello stesso partito. L'opinione pubblica poi è diventata sensibilissima alla questione proprio per il continuo, a volte esagerato, soffermarsi dei media sul tema, con ragionamenti legati più allo scandalo del momento che non all'esatto inquadramento della problematica. Anche il cosa, il come ed il quando intercettare non hanno trovato una linea unitaria tra maggioranza ed opposizione. Ciò ha fatto si che nell'opinione pubblica prevalesse l'idea che alcuni schieramenti non avessero alcuna voglia che s'intercetti perché hanno la necessità di coprire interessi non leciti. Stavolta la questione ha superato il livello di guardia se è vero, come sostiene Francesco Rutelli - presidente del Comitato parlamentare sulla sicurezza - che anche delicati gangli dello Stato, preposti alla sicurezza, sono stati "attenzionati". Gli fa eco Silvio Berlusconi che parla del "più grande scandalo dello Stato" che starebbe per uscire. Certo è che l'Italia di altri veleni e polpette al cianuro non ne ha proprio bisogno. E' bene precisare che non ci si trova di fronte a vere e proprie intercettazioni, ma all'acquisizione del traffico telefonico tra vari soggetti: magistrati, agenti segreti, parlamentari, sindacalisti, imprenditori. Queste relazioni telefoniche fanno ben comprendere non solo le relazioni interpersonali, maanche i contatti, nel caso dei servizi segreti, che dovevano assolutamente rimanere top secret. Per i parlamentari poi la "tracciabilità" delle telefonate andava autorizzata dal Parlamento. E' bene precisare che tutto parte da intercettazioni legali, legittimamente autorizzate da un magistrato che affida ad un perito di sua fiducia il compito d'indagare. Chi e cosa?Lo appurerà, oltre che la procura della Repubblica di Romache sta seguendo il caso, anche il comitato parlamentare sulla sicurezza che nei prossimi giorni si confronterà con il magistrato che ha disposto gli accertamenti, l'ex pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris, e con il suo consulente, Gioacchino Genchi. Tutta la vicenda qualche riflessione però la sollecita. Per anni si è affrontato il problema a valle e cioè se fosse giusto e corretto che il giornalista diffondesse le intercettazioni ricevute. La risposta del mondo dell'informazione è che fosse sacrosanto dovere del giornalista pubblicare la "notizia" - se fosse d'interesse pubblico - e se quelle intercettazioni la contenessero. Di diverso avviso buona parte del mondo politico che intendeva punire, anche con le manette, il cronista che pubblicava le intercettazioni. Il problema rimane a monte e cioè in quali casi intercettare e come. Ma anche come prevenire le fughe di notizie e come punirle, appunto a monte. Certo, il giornalista che scassina le casseforti delle procure per procurarsi notizie o corrompe gli addetti ai lavori va punito. Nella gran parte dei casi però non avviene così. Su di una materia tanto delicata c'è bisogno di un accordo unitario dei partiti proprio per evitare che le intercettazioni diventino un boomerang che finisce per colpire tutti, anche la sicurezza del Paese. L'altro aspetto sensibile di tutta la questione è la semplicità, la banalità, con cui possono essere intercettati gli uomini dei servizi segreti italiani. Già nel caso di Abu Omar un magistrato, in piena legittimità è bene sottolinearlo, ordinò varie intercettazioni sulle linee telefoniche dei servizi segreti. Non ci furono gravi o insormontabili intralci a captare numeri e conversazioni degli agenti segreti italiani. Ancora una volta il numero telefonico di Nicolò Pollari, l'ex numero uno dei servizi, viene acquisito da un consulente di un magistrato inquirente.Oci troviamo davanti ad esperti di telefonia super, che vanno subito fatti utilizzare dagli stessi servizi segreti, o c'è bisogno di una diversa organizzazione che eviti incresciose ed imbarazzanti, anche per la credibilità del Paese, intromissioni.
*Consigliere nazionale
Ordine dei Giornalisti










