Pd, le minoranze non hanno sempre torto

di Elia Fiorillo*

Non è detto che le minoranze hanno sempre torto, anche in democrazia quando la maggioranza si è espressa con schiacciante determinazione. A volte le opposizioni ci azzeccano; riescono a guardare in prospettiva, con lungimiranza.Amio avviso è quello che si è verificato in occasione delle dimissioni di Walter Veltroni da segretario del Partito democratico. La sostituzione del dimissionario segretario ha visto i notabili del partito attenti a compiere due operazioni. La prima, di rimandare qualsiasi discussione a dopo le elezioni europee. La seconda azione, di procedere con rapidità, senza tante discussioni, né analisi ad eleggere il nuovo segretario fino all'autunno, quando ci sarà il congresso del partito. La motivazione di tanta fretta è stata giustificata dal fatto che a così breve distanza da appuntamenti elettorali vitali per il partito non si potesse, ne dovesse, aprire una discussione delicata, che poteva disorientare l'elettorato. Spiegazione troppo comoda, a tutto vantaggio dell'attuale nomenclatura. Le misure per il "grande gioco" che doveva, dopo le europee, cancellare Veltroni erano già state prese. Come già era spuntato fuori il nome del futuro segretario in pectore, molto vicino a Massimo D'Alema, Pier LuigiBersani. Veltroni, dopo l'ennesima sconfitta alle elezioni regionali della Sardegna poteva, o aprire un dibattito interno per tirare fuori una nuova linea da perseguire, o dimettersi sbattendo la porta con forza. Il segretario, eletto con un plebiscito dopo una complessa mediazione dei maggiorenti sul suo nome, ha scelto di lasciare il campo in sordina, assumendosi tutte le responsabilità, ma senza fare un' analisi approfondita dei "disturbi" interni, delle difficoltà che ha incontrato nella gestione di un partito-non partito, dove le fondazioni sembrano essere le vere anime pulsanti di esso. In sostituzione di Veltroni viene eletto Dario Franceschini, il suo vice, con uno scarto enorme da Arturo Parisi, l'unico che ha deciso di candidarsi più per sottolineare un dissenso, che parte da lontano, che non per la convinzione di poter avere una minima possibilità di essere eletto. Al di là delle passate polemiche tra gli ulivisti ed il gruppo dirigente del Pd, la posizione di Parisi è chiara e comprensibile. Aprire subito la discussione congressuale avrebbe significato approfondire le ragioni di un continuo insuccesso del partito, anche quando in campo sono stati schierati uomini di grande levatura. Significava, inoltre, finalmente sciogliere dei nodi pesanti e paralizzanti sulla politica estera, Medio Oriente, sul testamento biologico, sulla collocazione in Europa, sulla politica economica, sulla riforma costituzionale, sulle strategie da adottare contro il vincente populismo berlusconiano Insomma, fare chiarezza su argomenti sensibili dove c'è bisogno di messaggi chiari agli elettori. Ma anche ritrovare le ragioni della convivenza tra i cattolici ed i laici nella stessa compagine, nonché ipotizzare in concreto l'allargamento all'Udc. Niente di tutto questo avverrà. Lo scenario possibile e prevedibile è un'azione di Franceschini che proverà in tutti i modi, e lo capiamo benissimo, a dare un'idea di discontinuità con il veltronismo e ad inventarsi, in grande isolamento, colpi di scena per far fronte ad una situazione difficile, di cui nessuno vorrà farsi carico per non compromettere il personale futuro: le vittorie hanno tanti padri, le sconfitte nessuno. Nel frattempo i notabili continueranno a costruire trame interessate per arrivare al dopo elezioni europee, dove nessuno scommette in una pur misera e stentata vittoria del Pd, pronti ad eleggere il successore di Franceschini. Sarà il romagnolo Bersani? Se Veltroni fosse rimasto la cosa sarebbe stata molto probabile.Dopo la sua uscita e dopo i suoi velati rimbrotti le quotazioni del ministro ombra dell'Economia scendono. Salgono quelle di Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato e, comunque, dalemiana. Fare i conti senza l'oste non conviene mai. Nel caso in questione l'oste è il nuovo segretario che in caso di non crollo alle europee potrebbe rilanciare la sua candidatura. Parisi però stavolta aveva ragioni da vendere. Confrontarsi e contarsi subito, magari in occasione della conferenza programmatica già fissata per il 19 aprile e procedere alle "primarie", sarebbe servito al partito non solo ad eleggere il nuovo segretario, ma anche ad occupare notevoli spazi televisivi che l'evento si trascinava dietro.

 

*Consiglio Nazionale
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