di Elia Fiorillo*
La conversazione con il direttore del Centro di produzione Rai di Napoli è cordiale. Dietro la sua scrivania capeggia, a piena parete, un colorato Vesuvio che erutta gioioso. Migliore quadro non poteva scegliere il direttore per arredare una stanza dove il magma incandescente della creatività, delle idee, degli interessi è all'ordine del giorno, o dovrebbe esserlo. Anche noi, il segretario generale della Cisl di Napoli, Giampiero Tipaldi, ed il sottoscritto siamo lì per capire se il Centro avrà un futuro e di che tipo. Se, insomma, la lava delle produzioni continuerà ad essere eruttata. Siamo stati accompagnati all'incontro da un vecchio e caro amico di passioni civili e giornalistiche, Carlo Verna, attuale segretario dell'Usigrai, il sindacato dei giornalisti radiotelevisivi, che certo non ha facile vita, lui così autonomo, a navigare in un'azienda che respira politica ad ogni piè sospinto. Francesco Pinto, così si chiama il responsabile del Centro, ci fa comprendere che il problema non è lo stop allo sceneggiato televisivo "La squadra", che non supera l'esame degli ascolti, ma la chiusura della "fabbrica", cioè della struttura di produzione napoletana, unica in Italia a concepire tutto all'interno dell'azienda, senza appalti esterni. Capiamo che in Rai è tutto fermo; che qualsiasi iniziativa volessimo proporre, suggerire per salvare l'occupazione,maanche un importante polo culturale del Sud, sarebbe inutile. Finché non si definisce il nuovo assetto aziendale, frutto del rimescolamento recente del Consiglio di amministrazione, è tutto paralizzato appunto in attesa della fumata bianca da parte della politica. Non c'è un cane che decide e chi lo fa, lo fa a suo rischio e pericolo. Può un'azienda che tra l'altro svolge un servizio pubblico primario, essere governata dalla politica con riti, tempi e strategie che non hanno niente d'industriale, né di competitivo? La logica più elementare vorrebbe di no, ma quella politica che logica non è, ma è pura gestione d'interessi, dice di si. Il vecchio manuale Cencelli non è stato riposto in soffitta, diventa utilissimo con i suoi pesi e le sue misure. Si affidano reti intere a compagini partitiche, posti chiave ad amici degli amici. E la professionalità? C'è differenza tra la gestione di un giornale, di un'assemblea elettiva ed un'azienda con migliaia di dipendenti? Parrebbe di no. Chi è designato presidente, direttore generale della Rai per miracolo divino - o politico - diviene un'altra persona con professionalità, cultura imprenditoriale che prima non aveva. La preparazione in Rai, ma non solo, pare sia un optional non necessario. C'era una volta uno stimato presidente di commissione d'esame che insediandosi, nello sconcerto dei suoi interlocutori, dichiarò candido che lui "accettava le raccomandazioni, ma a parità di merito". E spiegò che ciò significava che tra due bravi, lui avrebbe privilegiato il raccomandato. Discutibile criterio che aveva, a detta di quel presidente di commissione, una ratio ferrea: non premiare mai la mediocrità. La notizia che tra Franceschini e Berlusconi c'è stata l'intesa sul nuovo presidente Rai non può che far piacere. Anche la designazione del nuovo direttore generale della Rai è notizia positiva. Restano tutti i dubbi espressi,maper lo meno sapremo con chi prendercela o da chi andare a reclamare. Ci auguriamo che il nuovo presidente Rai, Paolo Garimberti, giornalista, ex direttore del Tg 2, adotti il discutibile criterio di "accettare le raccomandazioni a parità di merito". Meglio questo che i "cretini al potere". Noi, comunque, speriamo sempre che ci possa essere una Rai non amministrata dai partiti, gestita con criteri aziendali anche quando svolge un ruolo di servizio pubblico. Utopia impossibile? Credo di no. Donato Menichella, grande dirigente dell'Iri post fascista, con queste parole stabilì il confine tra le aziende a partecipazioni statali e le pressioni dei partiti: "Il costo dei condizionamenti politici che concorrono a formare le direttive date dall'Iri alle imprese non deve mai superare l'ammontare dei profitti conseguiti dall'ente". Insomma, un buon consiglio per il nuovo Cda. Noi, comunque, continueremo a sperare che l'Italia possa avere una nuova legge sull'emittenza pubblica disancorata dai vari potentati del momento. La politica deve dare le linee per l'attuazione del servizio pubblico, ma non lo deve né lottizzare, né gestire.
*Consiglio nazionale
Ordine dei Giornalisti










