Referendum elettorale

di Giampiero Guadagni

Dopo un lungo braccio di ferro, che ha coinvolto politici e costituzionalisti, il referendum sulla legge elettorale è stato dunque fissato al 21 giugno, lo stesso giorno dei ballottaggi per le elezioni amministrative. Si poteva forse anticipare l'appuntamento al 6 e 7 giugno, data del primo turno e delle europee: un election day che avrebbe fatto risparmiare qualche soldo in più da destinare all'Abruzzo. Ma ormai la decisione è presa e la macchina è partita. E ora semmai le domande sono altre: il referendum serve a garantire maggiore governabilità? Il sistema che propone è nelle corde del nostro Paese? E' questa la priorità per l'Italia, impantanata nella crisi economica globale?
Partiamo dai contenuti del referendum proposti dal Comitato presieduto da Giovanni Guzzetta e Mario Segni..

I tre quesiti
Il primo propone l'abrogazione del premio di maggioranza alla coalizione per la Camera, che in caso di vittoria dei sì verrebbe attribuito alla lista vincente. La soglia di sbarramento si alzerebbe al 4%. Attualmente il premio è distribuito tra i partiti alleati della coalizione vincente e la soglia di sbarramento, per chi è apparentato si riduce di norma al 2%.
Il secondo quesito chiede di trasferire i premi di maggioranza regionali, previsti al Senato, ai partiti più votati in ogni singola Regione. Al termine della ripartizione dei seggi non c'è garanzia che la maggioranza del Senato sia uguale a quella della Camera. Anche il secondo quesito ha un effetto indiretto sulla soglia di sbarramento del Senato. Attualmente è prevista una doppia soglia: 8% regionale per chi non è coalizzato, 4% per chi fa parte di una coalizione che nel complesso supera l'8%.
Il terzo quesito vuole abrogare le candidature multiple sia alla Camera sia al Senato: se passerà, nessun candidato potrà dunque presentarsi in più di una circoscrizione.

Posizioni politiche in campo
Pdl: lascia libertà di scelta, ma Berlusconi e Fini hanno dichiarato che voteranno sì.
Pd: la posizione ufficiale è per il sì; ma forti dubbi sono espressi da dirigenti di primo piano (Bersani, Rutelli, Violante, Enrico Letta).
Lega: contraria al referendum, punta al mancato quorum. Il ministro dell'Interno Maroni ha detto che in caso di vittoria dei sì "sarà inevitabile trarne le conseguenze".
Udc: contraria al referendum, dice no al bipartitismo. Per il leader Casini i quesiti sono "un imbroglio" e darebbero ancora più potere a Berlusconi.
Italia dei valori: Di Pietro ha annunciato voto favorevole per cambiare l'attuale "Porcellum": ma dopo il referendum sono indispensabili alcune correzioni.
Questi sono lo scenario possibile e il contesto del prima e dopo referendum. Torniamo agli interrogativi iniziali. Che non sono affatto retorici, ma aperti a più risposte.
Governabilità. Dopo le elezioni dell'aprile 2008 si è detto che gli italiani avevano di fatto semplificato il sistema elettorale, premiando i partiti più grandi, facendo scomparire quelli minori e punendo, fino a farle sparire dal Parlamento, le forze di sinistra che pur nel complesso consistenti si erano dissolte per eccesso di litigiosità.
In questo senso, la principale obiezione rispetto al sistema prospettato dal referendum è: i partiti si alleerebbero in un grande listone per poi dividersi dopo le elezioni. La risposta è: i sistemi elettorali non sono ininfluenti sui comportamenti dei partiti e degli elettori.
Rappresentanza. Il sistema bipartitico è davvero nelle corte del nostro Paese? Il modello a cui spesso si guarda con ammirazione è quello americano. Esportabile in Italia? Quando lo scorso anno la sinistra radicale è sorprendentemente scomparsa dal Parlamento anche nello schieramento avversario, dopo la prima fase di entusiasmo, è subentrato il dubbio: quelle forze di sinistra erano comunque la camera di compensazione democratica di un'area comunque presente nella società e che potrebbe esprimersi con altri mezzi.
E c'è anche un consistente elettorato cattolico che fatica a riconoscersi nei due partiti più grandi e guarda al Centro di Casini. Peraltro, all'inizio di maggio, sembravano potersi saldare queste esigenze con la volontà di evitare il referendum attraverso l'approvazione in tempi rapidi di una legge in Parlamento. Ma l'ipotesi è presto sfumata.
E a proposito di rappresentanza: nonostante la compilazione delle liste abbia fatto discutere (eufemismo) per più di un motivo, poco si parla della libertà degli elettori sulla scelta del candidato. Dal 1993 le preferenze sono praticamente scomparse, e le Europee sono diventate una specie di bizzarra eccezione, una riserva a malincuore protetta. E invece, varrebbe forse la pena ricominciare proprio da qui.
Priorità. La governabilità è certamente anche economico. Ma è la modifica del sistema elettorale la prima esigenza del Paese. Vale la pena interrogarsi, anche in questo caso senza risposte preconfezionate. Ma non potendo fare a meno di osservare che ora c'è comunque un Governo con alle spalle una maggioranza numericamente forte. E ce ne è una persino trasversale su un tema che se finalmente affrontato potrebbe dare una spinta allo sviluppo proprio in questa stagione di crisi: l'azionariato collettivo dei lavoratori. Esistono disegni di legge in materia presentati da entrambi gli schieramenti. La partecipazione, la democrazia economica è l'altra faccia della governabilità.

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