di Ilaria Storti
Se il sacco del Nord - quantificabile in 50 miliardi che ogni anno "se ne vanno ingiustificatamente dalle regioni settentrionali a quelle meridionali" - è un dato statistico, forse non sarà il federalismo fiscale abbozzato dal Parlamento a cambiare le cose. E' questa la tesi del saggio che il sociologo Luca Ricolfi, piemontese ma non leghista, dedica all'eterna questione della giustizia territoriale ("Il sacco del Nord", Milano, Guerini, 2010, pp.272, € 23,50). O meglio dell'ingiustizia territoriale, che colpisce, sì, i cittadini del Nord nel portafogli ma non dà grandi benefici a quelli del Sud.
Perché il trasferimento di risorse, come sottolinea l'ex presidente della Camera Luciano Violante discutendo del libro, è una festa per le classi dirigenti meridionali ma non per i cittadini. "Al Sud - spiega - arrivano soldi che vanno soprattutto alle classi dirigenti e poco ai cittadini, che infatti non hanno servizi decenti. Il federalismo, però, non è un riequilibrio ma la gestione delle differenza. Perché funzioni bisognerebbe fissare bene dei criteri contabili".
E quello che Ricolfi propone nel suo libro è proprio il passaggio dalla "contabilità nazionale" per come la conosciamo, ad una "contabilità nazionale liberale" che dia un quadro un po' più coerente dell'Italia. Il problema della contabilità nazionale così come la conosciamo è soprattutto "quello che non si vede". Per avere una credibile "identikit di un territorio", secondo il sociologo, bisogna conoscere il tasso di evasione, il tasso di spreco della pubblica amministrazione, il livello dei prezzi, e il "tasso di parassitismo".
Quest'ultimo è il rapporto fra la spesa pubblica corrente e il prodotto del settore market: e risulta cruciale per capire quale è il "peso dello Stato" in un Paese. Per la cronaca il tasso è sotto il 15% in Lombardia, oltre il 45% in Sicilia. Secondo una stima di Ricolfi, inoltre, il 25% della spesa pubblica non genera prodotto ma dissipa risorse. In questo quadro, osservando i diversi territori che compongono l'Italia, il sociologo stima che il sacco del Nord sottrae ogni anno almeno 50 miliardi alle Regioni più produttive del Paese.
"Tra l'altro - aggiunge Ricolfi - tenendo conto delle differenze interne al Nord e di quelle interne al Sud, si può dire che per le Regioni più virtuose, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, lo squilibrio è anche maggiore. Ora, il federalismo fiscale potrebbe essere l'occasione per cambiare. Ma per far funzionare la legge 42 serve un meccanismo di incentivi per ora assente. E' necessario - spiega il sociologo - che la virtù venga premiata e il vizio punito.
Altrimenti con il federalismo fiscale non faremo altro che chiudere lentamente i rubinetti del Sud, soffocandolo a prescindere da ogni valutazione della produttività e degli sprechi. Dobbiamo invece punire le classi politiche ma non le fasce più deboli della società"."Per l'efficacia del federalismo - aggiunge il Garante per la Privacy Francesco Pizzetti - è necessario sciogliere alcuni nodi. Bisogna istituire delle città metropolitane con i poteri e i confini che esse hanno in tutta Europa e, dunque, in concorrenza con le Regioni.
E' necessario definire cosa fa lo Stato, il centro. Oggi parliamo di federalismo ma poi i grandi interventi pubblici li definisce sempre lo Stato. Infine, le Regioni devono essere articolate in modo che siano in grado di attuare politiche pubbliche di area vasta". Ricolfi, dunque, è piuttosto pessimista sulla situazione italiana. Se siamo dove siamo è perché abbiamo fatto scelte che producevano benefici immediati per certi gruppi politici, e costi di lungo periodo per i contribuenti nel loro complesso.
Per invertire la rotta servirebbero proposte che spingano gli improduttivi a farsi produttivi. Per esempio una "No Tax Region" al Sud, che cerchi di sviluppare lo spirito imprenditoriale attraverso incentivi che appaiano uno scambio equo per una robusta sforbiciata all'intermediazione pubblica. "Ma un federalismo continuista, conviene alla maggior parte del ceto politico, che non ha interesse a razionalizzare la spesa: vorrebbe dire tagliare il ramo sui cui si è seduti".
(9 febbraio 2010)










