di Pierpaolo Arzilla
Rutelli resta. Giusto per non perdersi il finale. Intanto sistema le valigie: il finale infatti sembra già scritto. Il Partito democratico che sognava si è ripiegato su un'idea già perdente e sul rovescio schumpeteriano della "distruzione non creatrice", certificata appena tre giorni fa dal (penultimo, in attesa del ritorno dei Tories a Downing Street) schiaffo alla socialdemocrazia europea. Il Pd sinistro di Bersani e D'Alema è la fine del sogno. Gli appunti agostani di Francesco Rutelli diventano un libro, che se non suona ancora come congedo, poco ci manca. "Lo strappo? Questo libro basta e avanza". Ne La svolta. Lettera a un partito mai nato, il presidente del Copasir spiega perché la delusione seguita al discorso del Lingotto non può risolversi con la soluzione più comoda.
"A sinistra no, è una strada senza uscita", e soprattutto è la migliore polizza vita per il destino politico di Silvio Berlusconi ("grandissimo uomo di marketing, ma non di governo e di cambiamento"), in cui si fa sempre più marcata l'ipoteca scomoda di Umberto Bossi. La miopia del Pd che verrà, sostiene l'ex sindaco di Roma, è quella di rispondere al massimalismo (padano) con un altro massimalismo. O se preferite, a una diarchia con un'altra diarchia. Il quadrunvirato che battezzò il centrodestra post tangentopoli, spiega Rutelli, non esiste più: Casini se n'è andato, Fini sbuffa a miete consensi a sinistra. Risultato. SuperLega al comando, con pesanti condizionamenti sul governo (e la coesione) del Paese. E se alle Regionali il Carroccio fa il pieno, state certi che il partito del Sud non ce lo leva più nessuno, "l'Italia sarà sempre più divisa".
Dall'altra parte, però, il binomio Bersani-D'Alema avrà pochi allori su cui cullarsi. E il "partito mai nato" continuerà l'inveramento post moderno di quella che era la "linea prevalente nel Pci": il richiamo puntuale del vaccino giustizialista ("la pretesa che tocchi a un ‘ordine amico', la magistratura, risolvere crisi e conflitti istituzionali", nella pretesa di un "presunto, spesso infondato, primato etico"), la conferma del fondamentalismo laicista ("che considera con sussiego - e intimo disprezzo - il significato popolare della presenza religiosa nello spazio pubblico") e la ripresa del massimalismo ("che si schiera di fronte alle contraddizioni dell'economia sociale di mercato in antagonismo a quel che definisce ‘involuzione liberale' della sinistra riformista").
Tre deviazioni esiziali, capaci di orientare definitivamente il riformismo verso una sinistra di stampo calvinista. Il processo democratico, si è interrotto, ma l'anomalia berlusconiana è sempre là. In attesa di tempi migliori, la svolta di Rutelli è legata alla primavera del 2010 e al logoramento del premier che potrebbe avviare una triennio di transizione. Perché con il centrodestra che diventa destra e il centrosinistra che riscopre l'approdo sicuro e perdente della socialdemocrazia, il Paese va a rotoli. Per cambiare, sostiene Rutelli a conclusione del suo libro occorre un governo di ricostruzione e rilancio dell'economia.
Che un esecutivo politico (troppo sbilanciato a destra), in questo momento, non è grado di assicurare. Serve un "governo del presidente" (Draghi, Tremonti, Monti), che nel 2010 raccolga il testimone della definitiva sconfitta di Berlusconi (ma sconfitto da chi o da cosa?) e traghetti il Paese fino alle elezioni del 2013, la naturale scadenza cioè della legislatura. "Un programma ambizioso per 3 anni", che certifichi la pax istituzionale e prepari il campo per "una nuova competizione tra due schieramenti alternativi, basate su alleanze di nuovo conio".
(29 settembre 2009)










