di Pierpaolo Arzilla
Rimini (dal nostro inviato). Contro i "fuochi d'artificio" per "far fuori Berlusconi" la Lega si propone come partito della responsabilità, agitando le bandiere della Costituzione e "del popolo sovrano". Roberto Maroni non vuole ribaltoni, anche se fu proprio il Carroccio 16 anni fa a offrire il fianco al Quirinale per la defenestrazione di Berlusconi. Responsabilità, secondo il ministro dell'Interno, è tornare alla urne per dare una lezione "ai palazzi romani". Ma non chiamatelo complotto, assicura il ministro dell'Interno. Contro la "lunga e utile" stagione del berlusconismo, semmai, c'è al massimo un "progetto", che vorrebbe lasciare il certo per l'incerto. Al suo arrivo al Meeting, Maroni non sembrava tuttavia disposto ad annacquare i toni. A poche ore dal vertice con Bossi, il titolare del Viminale si lasciava andare a ben altre riflessioni: "C'è una manovra per far fuori Berlusconi", aveva scandito prima del dibattito su immigrazione e integrazione. Niente male per cominciare la giornata: trame occulte e poteri forti, degna conclusione di un'estate all'insegna del toto-elezioni. Detto dal ministro dell'Interno, tuttavia, fa un certo effetto. E allora meglio rimettersi la cravatta e nascondere il foulard del Carroccio, per precisare che nessuno in via del Viminale sostiene la tesi suggestiva (e molto elettorale) di un Grande Fratello pronto allo sgambetto al Cavaliere. "Non c'è nessun complotto", si corregge allora l'esponente leghista. "Ritengo invece - prosegue - che ci sia un progetto, che a me non piace, di sostituire il berlusconismo con qualche altra cosa". Progetto politicamente legittimo, rileva il ministro dell'Interno, ma lontano dalle "società segrete". La Grossekoalition anti Cavaliere (e anti Lega), non tiene conto tuttavia, osservano gli alleati del presidente del Consiglio, del sistema "di democrazia reale che c'è oggi", e che dà la possibilità "al popolo di scegliere da chi farsi governare". In nome del popolo sovrano, dunque (e questa volta senza distinzione di dialetto), bisogna tenere duro, spiega Maroni, e se proprio non si riesce a ricomporre i cocci del Pdl, andare a votare per dare una punizione alla fronda finiana. Le urne, piuttosto che l'Udc, è lo slogan del Carroccio: "Se cade una maggioranza si deve tornare a votare - sostiene il ministro dell'Interno - perché non è accettabile che governi chi ha perso le elezioni. Tutto questo sa molto di palazzi romani e poco di democrazia". Rieccolo il complotto. Complottino, magari. Quello dei "palazzi romani" che bramano e cercano sponde per consegnare agli archivi il ventennio del partito liquido. Che è anche il ventennio dell'utopia padana, e del pragmatismo di uno Stato capace di scendere a patti anche con il diavolo. Maroni rivendica i risultati del Viminale di materia di criminalità e immigrazione: l'accordo con la Libia funziona, dice. Al 31 luglio 2010, fa sapere il ministro, sono sbarcati 3499 immigrati clandestini, lo scorso anno 23.076 (-88%); dalla Libia ne sono arrivati 403, lo scorso anno furono 20665 (- 98%). Ma c'è la questione Roma tenere banco, dopo la linea dura di Sarkozy e gli applausi del Viminale: "C'è una direttiva europea (la 38 del 2004 ndr) che riguarda le condizioni per cui i cittadini europei possono stabilirsi negli Stati membri, che vogliamo applicare con rigore", assicura Maroni. "Il Governo si muoverà sempre nell'ambito delle norme europee, chi dice il contrario è in mala fede oppure non sa di che cosa parla". Il ministro dell'Interno respinge dunque ogni attacco ("mi hanno accusato di tutto, ma chi lo fa dimentica che i Cie li ha inventati Giorgio Napolitano quando era ministro dell'Interno") e non vuole arretrare neanche sulla Bossi-Fini: stabilimmo un principio che nel 2003 era addirittura rivoluzionario: legare il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, principio poi recepito da altri ordinamenti dei Paesi europei, tra questi anche la Spagna di Zapatero".
(25 agosto 2010)










