La corrente di Fini ha 50 parlamentari. Vertici Pdl: "Non ha senso"

POLITICA

Ricomincio da 50. E ' questo per ora il numero di deputati (36) e senatori (14) che hanno detto sì al documento degli ex An. Al termine della riunione di oggi a Montecitorio con Gianfranco Fini, dopo l'altissima tensione della scorsa settimana tra il presidente della Camera e Silvio Berlusconi, 50 parlamentari vicini all'ex leader di Alleanza nazionale hanno chiesto ufficialmente un Pdl più collegiale e meno "cesarista". Una vera e propria corrente. Che per i vertici del Pdl "non ha senso"

"In merito alle polemiche che l'incontro tra Fini e Berlusconi ha suscitato nei media e nell'opinione pubblica - si legge nel documento - riteniamo necessario esprimere solidarietà a Gianfranco Fini, contro il quale sono stati espressi giudizi ingenerosi con toni a volte astiosi".

"Per parte nostra - spiegano i fedelissimi del co-fondatore del Pdl - riteniamo che le questioni poste da Fini meritino un approfondimento e una discussione attenta nelle competenti sedi di partito. Nel corso della Direzione di giovedì prossimo sarà lo stesso presidente della Camera a chiarire le sue proposte, aprendo un dibattito che ci consentirà di articolare e aggiornare un progetto di rilancio del Pdl, aperto alla partecipazione di tutte le componenti del partito".

"La prospettiva di un'escalation - affermano - e anche il solo parlare di scissioni e di elezioni anticipate, risultano incomprensibili per noi e per l'opinione pubblica che invece si aspetta una fase più incisiva del'azione del nostro governo. Bisogna quindi - si legge infine - riportare il confronto su un piano costruttivo, isolando quanti, più o meno consapevolmente, stanno in queste ore lavorando per destabilizzare il rapporto tra i cofondatori del Pdl. Per questi motivi confermiamo la fiducia a Fini a rappresentare tali istanze".

"Il Pdl non è il partito del predellino", ha detto lo stesso Fini aprendo la riunione. "Io voglio poter dire le cose che penso - ha affermato - senza essere accusato di tradimento. Il Pdl deve essere libero e non può essere il partito del predellino''. Il presidente della Camera ha dunque di fatto aperto il dissenso all'interno del Popolo della libertà. La "conta" è servita ad ufficializzare i malumori all'interno del partito. Non ci sono solo i pruriti di uno solo (Fini), vuole intendere l'inquilino di Montecitorio, ma un disagio diffuso che deve essere risolto con il confronto e la dialettica e non con le minacce di sbattere la porta.

Nessuna scissione, dunque. Ma un solo po' di pressione, confortata dalla matematica, sul Cavaliere. Giusto per convincerlo a cambiare il modo di gestire il partito (e non solo). "Chi ha interpretato il mio pensiero in questi giorni parlando di scissioni o di elezioni anticipate ha solo incendiato il dibattito", ha spiegato Fini. "Quello che dovevo dire l'ho detto venerdì scorso. Chi ha aggiunto altro vuol dire che auspica che qualcuno se ne vada e io non ho nessuna intenzione di togliere il disturbo nè di stare zitto".

"Non credo - ha aggiunto - di avere attentato al partito o al governo dicendo che su alcuni temi c'è una distanza politica. Ho posto solo questioni politiche, mai personalistiche, e sempre con spirito costruttivo. In questi 12 mesi - ha osservato Fini - non si può certo dire che io abbia contestato la gestione del partito: ho sollevato questioni solo politiche, mai questioni di organigramma. E visto che si è parlato di gelosia, invidia o questioni di tipo personalistico, spero giovedì di chiarire che non è vero".

Al termine della riunione, i finiani si mostrano soddisfatti. Doveva passare il messaggio che Fini non era un cane sciolto ad abbaiare contro il premier, notano Adolfo Urso e Italo Bocchino, e così è stato. Ma prima della riunione di oggi, tra gli stessi finiani palesava molto nervosismo. Il sottosegretario all'Ambiente, Roberto Menia, per esempio, aveva accusato in mattinata Bocchino di aver già fatto "abbastanza danni". 

"Sono stufo delle sue iniziative - aveva affermato Menia - e non mi sento rappresentato da queste persone. Io sono leale a Fini ma anche a Berlusconi, sono al governo grazie al loro. Quindi l'ipotesi di creare gruppi separati, addirittura scissioni o uscite dal Pdl è un'assoluta sciocchezza. Io non sono nè per i ricatti nè per i doppi giochi. Voglio stare nel Pdl e dire liberamente come la penso: per esempio  voglio avere la libertà di dire che la legge sulla cittadinanza breve io non la condivido affatto".

Ai 50 fedelissimi di Fini risponde un documento firmato da 75 parlamentari, tutti di area An, tra cui Alemanno, La Russa, Gasparri, Matteoli e Meloni. Secondo i quali, il Pdl rappresenta una scelta "giusta ed irreversibile". "Vogliamo contribuire ulteriormente - scrivono i 75 - a rafforzare il Pdl restando all'interno del partito. Questo non significa ignorare i problemi politici e organizzativi che il Pdl deve affrontare procedendo nella sua strada, e le stesse osservazioni avanzate dal Presidente della Camera Gianfranco Fini che debbono ovviamente essere oggetto di corretta valutazione".

Per difendere e rafforzare l'unità del Popolo della Libertà, "è necessario - si legge nel documento dei 75 - dare luogo ad un costante, libero, proficuo confronto di idee, che si basi sul regolare e sempre più frequente incontro degli organi statutari del partito e dei gruppi parlamentari. Lì le idee e i progetti si devono confrontare per attuare, integrare e aggiornare il programma elettorale e le decisioni politiche scaturite dal congresso di fondazione". Il documento, ha spiegato all'Ansa, il sindaco di Roma Alemanno, "non è contro Fini, ma è a favore del Pdl, che noi vogliamo vedere crescere come unitario, partecipato e rispettoso delle identità interne".

Da Milano, La Russa stigmatizza lo "strappino" del presidente della Camera, che di fatto ufficializza una corrente all'interno del Pdl: "I partiti possono sempre organizzarsi in correnti - ha sottolineato il ministro della Difesa - ma mi sembra che il primo a non considerarle positive sia stato proprio Fini. Credo - ha aggiunto - che se dall'inizio fosse stato chiaro il percorso escludendo ogni scissione si sarebbero evitate inutili fratture che stanno rompendo il percorso fino ad oggi comune di Alleanza Nazionale. Questo mi angustia molto".

Anche perchè, La Russa non nasconde la sensazione l'ennesimo scontro tra Fini e Berlusconi può portare "alla frantumazione del Pdl, che torna utile alla sinistra ridotta ai minimi termini e che fa in qualche modo sorridere anche gli alleati della Lega poteva essere facilmente evitata".

La corrente di Fini, come si accennava, "non ha senso", spiegano i vertici del Pdl al termine del vertice con Berlusconi, a cui hanno partecipato, oltre a due (Sandro Bondi e Denis Verdini, ma non Ignazio La Russa assente per impegni personali) dei tre coordinatori e tre dei quattro capigruppo e vice (Fabrizio Cicchitto, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, ma non Italo Bocchino), anche Gianni Alemanno, Altero Matteoli, Roberto Maroni e Roberto Calderoli.

"Non credo che sia una cosa che si può ipotizzare, non ha alcun senso", spiega all'Ansa uno dei partecipanti al vertice Pdl-Lega a Palazzo Grazioli, aggiungendo che se non si può impedire al presidente della Camera di fare una corrente, "non gli si può" neanche  "impedire di andarsene".
Ma pare che su quest'ultima ipotesi Berlusconi non si sia espresso. 

Pi.Ar.

(20 aprile 2010)

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