di Giampiero Guadagni
Il timore era che la direzione del Pd diventasse un "Festival di Gifuni". Per questo Pier Luigi Bersani ha provato ad archiviare subito il dibattito interno sul revival del termine "compagni" apertosi con le parole dell'attore pronunciate sabato scorso al Palaeur in occasione della manifestazione del Partito democratico contro la manovra.
Una questione seria per l'area ex popolare: la prova che la macchina organizzativa degli ex Ds funziona ancora benissimo e "timbra" la carta d'identità del nuovo soggetto politico. La cui leadership attuale, per dirla con le parole di Beppe Fioroni, "sottovaluta portata e valenza di chi non è sempre in linea".
Una questione nominalistica di nessun conto, invece, a giudizio del segretario Bersani che saluta i suoi allo stesso modo come "compagni", "amici" e "democratici".
Certo, per Bersani è sin troppo facile dire che ora i problemi sono altri. Intanto, la manovra del Governo giudicata "iniqua e senza elementi di crescita"; e presto il Pd proporrà contromisure. Poi la questione Pomigliano. Bersani ha confermato la sofferta linea del Piave del Pd: bisogna preservare gli investimenti ma l'accordo non può diventare un modello. Concorda il presidente Rosi Bindi, per la quale allora "il Pd deve incalzare sia il sindacato sia gli imprenditori: non si può pagare il lavoro con meno diritti". Secondo Ignazio Marino "l'accordo non rimarrà isolato e rischia di diventare un meccanismo per distruggere la forza del sindacato". Ma per Enrico Letta (che ha risolto la questione dell'appellativo, rivolgendosi alla direzione con il paolino "Carissimi...") l'intesa di Pomigliano resterà un "unicum". Il vicesegretario, annunciando l'assemblea nazionale del partito per l`8 e 9 ottobre prossimi, pone come obiettivo per il Pd "quello di scrollarci di dosso la muffa dell'immagine di conservatori che ci portiamo dietro".
Contro questa muffa, la parola d'ordine è pragmatismo. Il suggerimento arriva da due cavalli di razza che nel 1980, ai tempi della marcia dei 40 mila, militavano su due fronti opposti. Piero Fassino era responsabile della Commissione fabbriche del Pci di Torino. E oggi dice: "Non è più tempo di guerre ideologiche, se fossi un operaio voterei sì, è il male minore". Cesare Romiti in quell'anno era l'amministratore delegato della Fiat. E sottolinea: "Oggi la globalizzazione permette di spostare anche le produzioni da un Paese all'altro. Chi fa impresa e chi fa sindacato deve prendere atto dei cambiamenti di scenario".
Uno scenario che da Bruxelles viene valutato nel medio termine: e così il commissario europeo all'Industria, Antonio Tajani sollecita l'industria italiana ed europea ad "effettuare le ristrutturazioni necessarie per restare competitiva nel mondo, puntando sull'innovazione".
Da Roma la prospettiva è più immediata. E lo sguardo della politica torna su Pomigliano. "Ci sono 15 mila posti di lavoro in ballo in una regione come la Campania in cui l'occupazione è modesta e non esistono alternative", osserva il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti. Per il quale "in un momento di crisi per tutto il Paese, l'atteggiamento della Fiom sembra del tutto arretrato e non adeguato ai tempi".
Anche l'Udc invita ad uscire dai vecchi schemi. Affermano Carra e Pezzotta: L'assenso delle lavoratrici e dei lavoratori è in qualche misura obbligato. L'accordo non è progressivo, anzi contiene elementi che andrebbero corretti e migliorati. Crediamo però che oggi, in questa situazione, dimostrare l'unità dei lavoratori e possibilmente quella dei sindacati è un investimento per il futuro".
(22 giugno 2010)










