Rutelli e il (suo) Pd mai nato

 

di Pierpaolo Arzilla

Il coraggio (politico) spesso fa rima con l'identità (partitica, almeno). Al coraggio, annunciato, di riformare il centrosinistra con un partito unico dei moderati di matrice comunista e cattolico democratica, è mancato l'imprinting dell'identità. Per dirla con Francesco Rutelli, "la battaglia politica e delle idee". Il presidente del Copasir, e co-fondatore del Pd, saluta la compagnia in ragione di due ambiguità: su identità e discontinuità.

Il Pd non ha saputo offrire autentiche soluzioni alternative al Paese. Il "popolo" non ha capito in che modo il partito nuovo avrebbe potuto contribuire a migliorare le condizioni sociali ed economiche degli italiani. Identità significa sostanzialmente definizione. Definire se stessi e il proprio cammino in alternativa ad altri, non solo come "altro da". Proprio quello che invece si è subito preoccupato di fare il Pd di Veltroni e Franceschini: definirsi "altro da", ma solo da Berlusconi. E non è stato sufficiente.

Un partito realmente identitario, avrebbe dovuto secondo Rutelli definirsi "altro" anche "dalle" insofferenze sguaiate e giustizialiste di Di Pietro, le iperboli massimaliste della Cgil e le istanze antiliberali trasversali allo stesso Pd. Al quale è poi mancato il coraggio (politico) di chiudere definitivamente con la storia della sinistra del ventesimo secolo. Il partito virtuale del Lingotto non è "mai nato", osserva Rutelli, perché è mancata l'"esplicita discontinuità" con il passato; non c'è stata quella sconfessione di molti, pur dignitosi, itinerari personali, necessaria a dare credibilità e concretezza all'azione.

Ecco perché ancora ieri, a chi gli ricordava quanti partiti aveva cambiato nel corso della sua carriera politica (Radicali, Verdi, Margherita e Pd) Rutelli ha risposto osservando che chi oggi è nel Pd ha aderito a quattro partiti (Pci, Pds, Ds e Pd), "ma è convinto di far parte sempre dello stesso partito". La generazione degli ex quarantenni del Pci, smaniosi di affrancarsi dagli Ingrao, i Pajetta e i Natta, ma non abbastanza da aprirsi alle istanze dei Macaluso e dei Napolitano, non ha saputo rendere netta la differenza con alleati e avversari, con gli alleati usati e gettati via, in ossequio a tatticismi esasperati e alle logiche delle correnti dominanti.

Rutelli abbandona il Pd perché è mancato il "dramma" (lo scrive all'inizio del suo libro). Non una seconda Bolognina, con i lucciconi dei compagni che non hanno in realtà saputo tagliare il cordone ombelicale di alcune deviazioni ed "eredità legittime" (giustizialismo, laicismo, massimalismo), ma un tracciato nuovo di un autentico partito riformatore finalmente liberato dalla vecchie appartenenze. Ecco perché Rutelli vede nel Pd, in questo Pd, una semplice, e forse ultima, variante nello sviluppo della storia della sinistra italiana.

(27 ottobre 2009)

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