di Pierpaolo Arzilla
Rimini (dal nostro inviato) - C'è già chi invoca un'altra marcia dei 40 mila. Alla fine del suo intervento, Sergio Marchionne si trattiene con telecamere e taccuini per spiegare che Alfa Romeo non si vende e che accetterà l'invito del presidente Napolitano a risolvere la situazione dei tre operai licenziati a Melfi. Visitando gli stand del Meeting, l'ad di Fiat incassa la fiducia palese del popolo di Cl: "Non mollare Sergio, siamo pronti ad un'altra marcia dei 40 mila!". Niente strappi con il Colle, quindi, ma la fermezza del Lingotto non esce scalfita dalle polemiche degli ultimi giorni e dai rilievi del Capo dello Stato. Marchionne risponde alle "accuse assurde" e alle "polemiche infinite" con il "dovere" di difendere non solo la serietà del progetto Fiat, ma anche le ragioni di chi non si è tirato indietro davanti a una sfida difficile e decisiva per la competitività del sistema industriale italiano. Il riferimento (esplicito, esplicitissmo) è a Cisl e Uil e ai "loro segretari generali", che "ci stanno acco mpagnando in questo processo di rifondazione dell'industria dell'auto italiana". Onore dunque al coraggio e alla responsabilità di chi non fa le barricate nel nome di un mondo che non c'è più. E che con gli ultimi colpi di coda, mostra tuttavia ancora una vitalità scomposta e pericolosa, capace di mettere in discussione il patto di responsabilità tra sindacati riformisti e azienda.
Un'azienda la Fiat, disposta - lo ricordiamo - a investire 20 miliardi di euro in un'Italia che, registra con amarezza Marchionne, è l'unico Paese al mondo a non apprezzare il lavoro del Lingotto. Colpa di quella "lente deformata del conflitto" che ha la pretesa di definire (senza contraddittorio) cosa è bene e cosa è male. "Non è possibile gettare le basi del domani, continuando a pensare che ci sia una lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai", rileva Marchionne. La misura è colma, dunque. Il muro contro muro, secondo Fiat, serve solo ad accelerare il declino, perché nessun medico ha ordinato al Lingotto di investire in un Paese che sulla partita del cambiamento non riesce a trovare uno percorso comune. Con gli investitori stranieri che si allontanano sempre più, le imprese (piccole e medie) che fanno sempre più fatica, c'è chi trova ancora il fiato per abbaiare alla luna e dire no anche all'ultima occasione. La scelta di portare la nuova Panda a Pomigliano, ricorda infatti Marchionne, si fonda su tutto tranne che su scelte razionali e principi economici: "Non era e non è - ammette - la soluzione ottimale da un punto di vista puramente industriale o finanziario. Sarebbe stato meglio lasciare le cose come stavano, confermare la futura Panda in Polonia, dove è stata prodotta negli ultimi sette anni con livelli di qualità eccezionali". E invece, ecco la scommessa, rispettosa di una storia, quella della Fiat in Italia (che però resta l'unica area del globo dove l'insieme del sistema industriale e commerciale del Gruppo resta in perdita), e "del rapporto privilegiato con il Paese". Che però tentenna, mugugna, contesta e si cons uma nel peggio di sé, nelle sue eterne divisioni, i condizionamenti pretestuosi e le pastette di una politica inadeguata che si riflette nella parte più ostinatamente antiriformista del sindacato.
"Tutto questo - osserva il numero uno del Lingotto - non aiuterà mai la Fiat diventare un costruttore forte, in grado di competere con i migliori del mondo". Marchionne invita dunque il Paese ad abbandonare la logica dello scontro e di quelle "guerre in famiglia" che allontanano la nostra economia dalla competizione che conta. La svolta non può che essere un "patto sociale" in cui si riconosca la necessità dello sforzo collettivo che coinvolga le parti sociali nella condivisione degli impegni, delle responsabilità e di quei sacrifici che rappresentano l'unica soluzione sostenibile per trascinare il Paese fuori dal pantano. Marchionne rivendica la scommessa di Fabbrica Italia come volano di risanamento per le inefficienze del sistema industriale. "Ma abbiamo bisogno - avverte - della garanzia che gli stabilimenti po ssano lavorare in modo affidabile, continuo e normale". Non c'è insomma "nulla di straordinario" nell'esigenza di adeguare il sistema di gestione a quello che ci impone il panorama mondiale. "Eccezionale semmai - conferma Marchionne - è la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che in altri Paesi potrebbero offrire.
Abbiamo bisogno di cambiare, aggiornare un sistema che garantisca alla Fiat la possibilità di competere". Davanti al popolo del Meeting, Marchionne parla liberamente di una contrapposizione tra due modelli incompatibili: uno che protegge il passato e l'altro che ha deciso di guardare avanti. E fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi schemi, non ci sarà mai spazio per vedere nuovi orizzonti". L'ad di Fiat non ha ancora abbandonato l'ipotesi più traumatica: quella di una Fiat sempre più lontana dal Paese ("a volte ho l'impressione che gli sforzi che stiamo facendo per rafforzare la presenza industriale in Italia non vengano compresi oppure non siano ap prezzati intenzionalmente"), con tanti saluti al patto sociale. Sul caso Melfi, conferma l'amministratore delegato di Fiat, l'azienda torinese ha rispettato la legge, dando "pieno seguito" al primo provvedimento provvisorio della magistratura e reinserendo così i lavoratori nell'organico e assicurando loro "l'accesso allo stabilimento e il pieno esercizio dei diritti sindacali". L'auspicio della Fiat è che il secondo giudizio venga meno condizionato dall'"enfasi mediatica che ha in parte travisato la realtà dei fatti, come possono testimoniare altri lavoratori presenti la notte in cui è stata bloccata la produzione in modo illecito". Dignità e diritti, scandisce Marchionne, non sono patrimonio esclusivo di tre persone: "Abbiamo la responsabilità di tutelare anche la dignità della nostra impresa e il diritto al lavoro di tutte le altre persone". E le accuse "pretestuose" della Fiom, non aiutano rasserenare il clima, condizione necessaria "per sviluppare i programmi ambiziosi di cui ci stiamo facendo carico".
(26 Agosto 2010)










