di Pierpaolo Arzilla
Rimini (dal nostro inviato) - Si dirà che tre indizi fanno una prova. Confindustria non vuole soluzioni estemporanee ai capricci di (ex) alleati insoddisfatti. Il governo deve andare avanti, scandisce Emma Marcegaglia. E le ragioni sono semplici. Per tre volte (Politiche 2008, Europee 2009, Regionali 2010), il centrodestra ha ottenuto il consenso della maggioranza degli italiani, che può essere letto anche in un altro modo: dopo aver ottenuto il governo del Paese, Pdl e Lega si sono confermati anche nelle due successive verifiche elettorali. E questo alle imprese è più che sufficiente per sconsigliare fughe in avanti inaccettabili. Perché "inaccettabile", per Emma Marcegaglia, è parlare di elezioni in un momento in cui si palesa il rischio di una nuova recessione negli Stati Uniti, che potrebbe compromettere la timida e disomogenea ripresa dell'Europa. Meglio allora concentrarsi su "occupazione, giovani e crescita", scandisce il leader di Confindustria, e su un governo chiamato a rispettare il programma con cui ha vinto le elezioni. E anche Cesare Geronzi, che ha scelto il Meeting per la sua inedita uscita pubblica, ricorda che "il popolo si è espresso più volte a favore di questo governo e quindi deve governare". Elezioni? "Solo se non dovesse più avere la maggioranza in parlamento", risponde il presidente di Generali. Il mondo delle imprese dunque, lungi dal soccorrere un governo messo in crisi dalla corrente del presidente della Camera e logorato dai nervosisimi di un premier diviso tra l'alleanza forzosa con l'Udc e il ricorso alle elezioni anticipate, non vuole tuttavia partecipare al "progetto dei palazzi romani" (per dirla con Maroni) e sembra sottrarsi a quel partito trasversale che cerca anche in Confindustria (non è da sottovalutare quel "Berlusconi mi ha deluso" di Luca Cordero di Montezemolo) una sponda decisiva per delegittimare l'esecutivo. Ma agli imprenditori non basta neanche l'accordo di ieri tra Bossi e il premier dopo l'incontro sul Lago Maggiore, con il governo che intende proseguire la sua marcia da separato in casa con i finiani, senza il ricorso alle urne e senza nuovi ingressi in maggioranza: non basta stare fermi o vivacchiare, chiarisce Marcegaglia, bisogna andare avanti e proseguire con il programma. Il tema vero, osserva il presidente di Confindustria, è chiarirsi in fretta le idee su quale futuro industriale si vuole dare a questo Paese, un futuro che invoca una soluzione partecipativa delle relazioni industriali. Confindustria impugna il caso Fiat per ricordare che la spia rossa è accesa da tempo: "Il 70 per cento della crescita potenziale del Paese viene dall'industria - dice Marcegaglia - e allora se vogliamo avere un futuro industriale è chiaro che gli accordi vanno rispettati. Fiat, del resto - aggiunge - chiede una gestione chiara degli investimenti e il rispetto degli accordi. Oggi non siamo ancora in questa condizione: bastano tre persone che bloccano i carrelli (a Melfi ndr) per fermare un'intera produzione". Su Melfi, rilevano gli industriali, il Lingotto, è rimasto in linea con la legge e la prassi: "Tutti devono rispettare le decisioni del giudice - sottolinea Marcegaglia - e quello che fa Fiat non è in contrasto con quanto deciso dal giudice. L'azienda infatti continua a pagare i tre opera i e permette loro di fare attività sindacale". Un futuro industriale competitivo deve però necessariamente archiviare la stagione dei conflitti. La lotta di classe è finita, scandisce il presidente di Confindustria: "In momenti come questi le sorti dei lavoratori e dell'impresa sono unite. La sfida internazionale se la vinciamo, la vinciamo tutti. Non ci servono più i momenti dei bla bla bla". Il rischio è che prosegua la fuga degli investitori stranieri dall'Italia; il caso Melfi potrebbe assestare un colpo decisivo alla fiducia di chi vorrebbe fare sviluppo e occupazione nel Paese. Il richiamo di Napolitano su quanto accaduto in Basilicata ("episodio grave, va superato") e la lettera del Capo dello Stato ai tre operai licenziati e reintegrati dal giudice, non fa arretrare di un millimetro il numero uno di viale dell'Astronomia: "Non esistono solo i diritti dei tre lavoratori di Melfi, ma esistono anche i diritti degli altri lavoratori e dell'impresa. Dobbiamo chiederci se vogliamo davvero un Paese che cred e ancora nell'industria e nella competizione, le cui regole non le detta né la Fiom né Confindustria, ma il mondo". Marcegaglia ricorda ai metalmeccanici della Cgil ("guardano a un mondo che non c'è più") che l'Italia ha perso 32 punti di produttività rispetto alla Germania. Quella stessa Germania dove persino i sindacati metalmeccanici più tosti in questo momento di crisi hanno detto sì a un accordo che aumenta l'orario di lavoro a parità di salario (per non parlare degli americani che hanno accettato la paga di 14 dollari all'ora). "Se non torniamo a crescere almeno del 2 per cento l'anno non ci sarà aumento dell'occupazione e crescita dei redditi", avverte. Cambiare "radicalmente" le relazioni sindacali, significa "lavorare di più e meglio, con più formazione e tecnologia, avere turni e in questo modo pagare di più i lavoratori".
(25 Agosto 2010)










