di Pierpaolo Arzilla
C'è un intervento che al sedicesimo congresso della Cgil avrebbe meritato maggiore attenzione. Fausto Durante è considerato il ponte tra la Fiom e Corso d'Italia, la minoranza epifaniana dei metalmeccanici che guarda al dialogo: "E' molto importante riavviare un percorso unitario con Cisl e Uil - aveva detto, parlando poco prima di Angeletti e Bonanni - ma a partire da regole per la rappresentanza e la democrazia"; "Questo non è un congresso di svolta moderata o di ritorno a Canossa: è il congresso di un sindacato che ha messo in campo referendum, scioperi, manifestazioni, opponendosi senza alcuna subalternità al governo".
Per Durante "è giusta la strada indicata da Epifani di riconquista di un modello contrattuale condiviso anche da noi, perché servono regole senza le quali siamo più deboli tutti e rischiamo una vera giungla contrattuale"; "La Fiom che vogliamo - aveva poi concluso - sa fare conflitto e praticare la democrazia, non si ritrae dalle responsabilità di soggetto contrattuale, non si pensa corpo estraneo in contrapposizione alla Cgil. Se lavoriamo su questa strada, quel fossato si potrà superare". Ed è un fossato che interessa soprattutto Cisl e Uil, per tutto quello che potrà succedere dopo il diario delle buone intenzioni e le "aperture" di Guglielmo Epifani (rieletto segretario generale con 120 voti favorevoli su 148 votanti, 17 contrari, 8 astenuti e 3 schede bianche, pari all'87 per cento dei voti espressi).
Che però evidenzia il dolore e la drammaticità di un cammino che si annuncia comunque travagliato. Perché se questa Cgil non vuole "ritornare a Canossa" (ma quando mai c'è stata, verrebbe pure da dire...) dov'è che davvero vuole approdare? Se non è stato un congresso di svolta moderata che cos'è stato davvero? La navigazione in mare aperto (fascinazione metapolitica che fa proseliti, da Eugenio Scalfari a Gianfranco Fini per esempio, e quindi modaiola e trasversale e dunque eternamente post-adolescenziale) non sarebbe tuttavia consigliabile, visti gli appelli alla concretezza che arrivano da quella parte del sindacato che ha saputo cogliere le condizioni politiche per tagliare il cordone ombelicale dell'immobilismo.
Finito il congresso, Raffaele Bonanni invita alla "ragionevolezza", nella consapevolezza che su alcune questioni le posizioni "restano distanti". Ma la riforma fiscale per esempio, osserva il segretario generale della Cisl è uno dei temi da cui si può ripartire uniti (unità che va estesa a imprese e alle altre categorie produttive): "Il fisco è uno dei punti più importanti che riguardano non solo il movimento sindacale ma l'Italia intera". La Uil apprezza la disponibilità (dichiarata) della Cgil a nutrirsi un po' meno di conflitto e un po' più di contrattazione, e suggerisce la Fiat come primo banco di prova importante per una ritrovata unità d'azione.
Certo, nelle sue conclusioni, Epifani ha concesso che "il conflitto da solo non porta a nulla", aggiungendo però che "resta una funzione della contrattazione e della pratica rivendicativa del sindacato". E un conflitto che chiama lo sciopero resta orgogliosamente funzionale a una Cgil che non ha ancora scelto, ma non può esserlo per Cisl e Uil, che nella crisi (e nelle sue iperboli da caccia alle streghe) hanno scelto la responsabilità del dialogo piuttosto che la scorciatoia emarginante delle piazze. La Cgil non (ri)tornerà a Canossa, dunque. Del resto Epifani non ha nascosto la realtà (in salita) di un dialogo che con via Po e via Lucullo può riprendere "dai punti su cui è possibile ripartire".
Con le "tante" divisioni "che restano", e una navigazione in mare aperto che rimane la tentazione egemone in Corso d'Italia, si può tentare l'approdo - nota Epifani - su "democrazia, rappresentanza, Mezzogiorno e fisco". Ed è singolare notare che se nella relazione d'apertura la necessità di esperire la "ricondivisione" del modello contrattuale sembrava sostenibile, il tema sia stato derubricato in sede di replica. Sembrava troppo riaccennare agli oltre "40 contratti rinnovati unitariamente"; meglio ripiegare (nelle conclusioni) "sulla riconquista immediata di ciò che l'accordo separato aveva provato a negarci".
Il silenzio di Bonanni sul palco del Palacongressi, in questo senso, deve aver colto nel segno, ma ancor di più l'invito successivo alla verifica sui contratti "già" firmati con le regole del 22 gennaio. Così anche "l'inguaribile ottimista" che di mestiere fa il ministro del Lavoro, sa che in una fase di scelte strutturali il Paese ha bisogno di "decisioni solide e non piccoli movimenti". Segno che anche a via Veneto le consegne sulla Cgil sembrano chiare: vedere per credere.
(11 maggio 2010)










