Cgil, meno unanimità ma più trasparenza

SINDACATO

di Pietro Merli Brandini

Il congresso della Cgil si è concluso senza unanimità. E' un fatto positivo perché renderà possibile una trasparenza maggiore degli accadimenti interni, e soprattutto, delle strategie della maggioranza. Epifani esce da vincitore netto nel congresso. Sono indiscutibili i suoi meriti per questo successo. Ma il congresso della Cgil non ha evidenziato ancora una strategia per la crescita e l'occupazione nell'interesse dei lavoratori e del Paese.

La sua minoranza interna, culturalmente immersa ancora negli anni settanta, anziché essere un pericolo è un incoraggiamento alla maggioranza perché riesca a definire quella strategia.
Epifani ha degli indubbi meriti personali. E' riuscito a mantenere l'unità della organizzazione malgrado i tormenti interni e esterni. Ma il riserbo se non il silenzio sulla vita interna, (almeno nelle percezioni all'esterno) ha comportato prezzi pesanti: un immobilismo che ha frenato non solo la vitalità dell'intero movimento sindacale ma anche le poche spinte alle riforme orientate a crescita ed occupazione.

Il Congresso ha dato tuttavia segni di vivacità. I contrattualisti puri, ad esempio, non avvertono il bisogno di rivolgersi a Ichino ed ai suoi illustri colleghi. La cattedra è la cattedra e non un agente contrattuale. Le voci del Congresso appaiono spesso divergenti. Ciò che afferma il regionale Veneto non coincide esattamente con quello che afferma il regionale Piemonte. Carla Cantoni diffida apertamente dell'intellettualismo astratto. Ed ha ragione. Infatti si tratta di una posizione storica comune ai movimenti sindacali e della sinistra consapevoli della loro identità. E' dunque una bandiera da innalzare di nuovo a vantaggio della cultura e della politica del Paese.

Rilevante ciò che ha detto un delegato degli immigrati. Ha colto i limiti del nostro Paese, esprimendo il timore che le decisioni del Congresso non troveranno facilmente una traduzione in senso politico. Un'affermazione importante perché nel nostro Paese si ritiene che una legge si applichi per virtù propria senza il bisogno di vigilare sulla sua applicazione. Molto positiva l'analisi fatta da Epifani sui nostri mali e sulle loro cause, ma insufficiente la prognosi.

Silenzio pressochè totale rispetto alla necessità di ritrovare l'equilibrio di bilancio, di ritrovare la competitività a livello di sistema, di passare finalmente a norme di qualità (vedi Bassanini ed il sabotaggio burocratico del suo progetto; vedi il silenzio ad ogni confronto con gli adeguamenti della regolazione da decenni suggeriti, per esempio, dal Doing Business della Banca Mondiale). Nessun cenno a forme di solidarietà e di sussidarietà che consentano di andare oltre una mera assistenza dei potenziali licenziati. Più oltre si farà cenno alle linee strategiche delle Dgb e dell'Ig Metall.

Partendo da questi parametri il Congresso non fornisce indicazioni soddisfacenti (ma non è il solo visto che il Paese è poco incline ad affrontare i problemi da questo versante).
C'è infine la proposta di Epifani per recuperare 800mila posti di lavoro in tre anni. Alla luce dei parametri sopra indicati quella proposta non stà in piedi a partire dal suo costo, comunque calcolato, e che comunque poggia su risorse che non esistono. Fa venire alla mente Hitler che, nel chiuso del bunker, prima della sua fine, invocava l'invio dell'armata Wenke che era stata polverizzata dai sovietici qualche settimana prima.

Se è consentita qualche valutazione più generale, come Paese abbiamo la necessità di uscire fuori da un vaniloquio politico ripetitivo ed improduttivo. Per riuscire a farlo, l'analisi culturale dovrebbe concentrarsi su due testi politici: "Liberer la Croissance" della Commissione Attali e "Zukunft in Arbeit" della Fondazione Hans Boeckler, che sono solo occasione di meditazioni solitarie e perciò inutili. Sono basi di partenza, ancora parziali, di una strategia di ripresa dell'Europa che sta vacillando sotto i colpi sferrati all'euro.

Epifani non esita esplicitamente ad accettare una strategia integrata su una nuova Europa. Sarebbe un gran vantaggio se questo auspicio generale potesse prendere forma.
Al momento attuale, per tutti è necessario concentrarsi in un'azione capace di respingere l'assalto all'euro. Infine non possiamo nasconderci che emergono chiaramente due nozioni di solidarietà in netto conflitto. La prima è una solidarietà tradizionale basata sull'assistenza finanziaria gestita dai governi, senza nessuna preliminare garanzia sull'avvio di riforme strutturali.

La seconda è una solidarietà attiva, nel senso che assegna priorità alle riforme strutturali che consentano competitività in un quadro di centralità dell'occupazione. Michael Sturmer, insigne storico e politologo, avanza l'ipotesi che non solo la Germania, ma altri Paesi del Nord Europa sarebbero in grado di definire una nuova zona euro, basata appunto su contorni giuridici legati alla seconda ipotesi di solidarietà. Il Congresso Cgil può con i suoi limiti, che non sono soltanto suoi, costituire l'occasione per tutti, nel mondo sindacale e politico, di pensare una strategia in senso attivo come quella che appare nel progetto "Zukunft In Arbeit".

(12 maggio 2010)

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