Lunedì 1 marzo 2021, ore 11:18

Quotidiano di informazione socio‑economica

Thomas Jones, un muro a Napoli

di PAOLO SPIRITO

Rileggendo nei giorni di quarantena forzata quell'opera esaustivamente indispensabile e vitale per conoscere e comprendere la Storia e la Cultura di Napoli che è “I Napoletani” di Francesco Durante (Neri Pozza Editore), di cui tutti soffriamo la prematura scomparsa, mi hanno profondamente commosso le parole con cui l'Autore descrive un piccolo olio di Thomas Jones, Un muro a Napoli, 1782, (cm. 11,2 x 15,8), conservato alla National Gallery di Londra, che “raffigura appunto un muro di Napoli, dunque un soggetto di rara insignificanza. Non è altro che un muro, la decrepita parete esterna di una casa di tufo scrostata, bucherellata, mal conservata, giallo-grigiastra, l'esatto contrario di ciò che ci si potrebbe attendere da una veduta storica...Il muro di Jones contrasta in maniera stridente con l'immagine allora ricorrente di una Napoli solare, estroflessa, naturale e sovraccarica...Opera di sensibilità molto moderna, quasi astratta, metafisica, come una natura morta di Morandi o un sacco di Burri, il muro di Jones può essere forse un'epitome napoletana di esemplare rigore e veridicità. Tutto ciò che essa esclude può esistere dietro o intorno a quel muro”. Come a dire un'immanenza e un'impassibilità per sottrazione. Per me, e non solo per me, la vera essenza di Napoli, la sua resiliente modernità.
Ma chi era Thomas Jones e come arrivò a Napoli?
Per tutto il ‘700 e per buona parte dell’800, Napoli costituì una delle mete più ambite e amate del Grand Tour. Il viaggio itinerante di cultura e formazione dei rampolli di tutta Europa nelle capitali della bellezza artistica e naturale spesso si concludeva nella città: chi la visitava, innamorato, decideva di restarci per sempre. Thomas Jones nasce in Galles nel 1742, in una numerosissima famiglia (pensate che aveva ben 15 fratelli!) e in una ricca tenuta di campagna. Avviato dai parenti alla carriera ecclesiastica, fu soltanto alla morte dello zio materno, che gli finanziava gli studi ad Oxford, che nel 1761 si dedicò finalmente alla tanto agognata carriera artistica.
Divenne a Londra allievo del famoso pittore Richard Wilson, ma la svolta della sua vita (e della sua carriera) avvenne nel 1776, quando decise di fare un viaggio in Italia. Fu prima a Roma che trovò dimora. Nella città eterna, dove conobbe molti connazionali e visse per circa quattro anni, si distaccò definitivamente dalla lezione del suo maestro, compiendo un salto qualitativo e iniziando una fervida sperimentazione. La sua tavolozza si riempì d’infinite tonalità di blu. E se “a Napoli tutto è azzurro. Anche la malinconia è azzurra” come poteva un pittore che aveva sviluppato una tavolozza del genere non desiderare di trasferirsi nella città? Una fuga d’amore fu il pretesto: nel 1780 Thomas si trasferì a Napoli con Maria Moncke, sua domestica e amante. Da un po’ di anni, Jones aveva familiarizzato con l’ambiente italiano di mercanti d’arte e collezionisti, ma il mecenatismo e le commissioni non erano fatte per il suo carattere libero – eppure sempre quieto, leggermente nostalgico. Quando giunse a Napoli, quindi, si dedicò al raccoglimento e alla sua arte in maniera indipendente, slegata dalle logiche di mercato e lontana dai salotti di società. Forse per questo egli non raggiunse il successo che meritava? O piuttosto la causa è da ricercare nella sua straordinaria modernità, primo accenno delle suggestioni ottocentesche che confluiranno nella Scuola di Barbizon non pochi anni dopo? Non è certo saperlo, né noi abbiamo la pretesa di poter valutare opportunamente le sue opere. Vogliamo limitarci a farvi conoscere questo artista, e invitarvi a studiarne la vita e la biografia. Un piccolo input che vi guidi alla scoperta di un grande uomo che amò Napoli. Sulla terrazza della sua casa, Thomas dipinse tanti scorci insoliti, tanti muriccioli di case popolari, tante vedute prospettiche dei tetti che si allungano sotto le ombre quiete del pomeriggio, un filo di vento a smuovere qualche panno steso al sole, un silenzio magnifico di vicoli freschi. Nel 1783 Thomas tornò in patria. A Napoli aveva messo al mondo due figlie, Anna Maria ed Elizabetha – e insieme a loro centinaia di opere, che raccontano attraverso il suo sguardo geniale una delle infinite anime della Città del Golfo.
In ”Viaggio d’artista nell’Italia del Settecento. Il diario di Thomas Jones”, a cura di Anna Ottani Cavina, Mondadori, Milano 2003, che ripercorre gli anni del suo soggiorno in Italia, avvertiamo terribilmente l'assenza di una possibile genesi della sua poetica. Perché c’è poco da fare: nel suo soggiorno napoletano Jones dipinse olii su carta e acquerelli assolutamente straordinari, di una modernità tale da sfiorare l’astrazione; veri e propri frammenti (sostiene Anna Ottani Cavina) di una città dipinta centinaia di volte, ma mai dipinta in quel modo; di un luogo non-luogo a noi totalmente ignoto. Ebbene, come e perché l’artista giunse a produrre questo tipo di immagini, non ci viene spiegato. Dobbiamo accontentarci invece di ciò che racconta il diario. Proprio alla fine del periodo trascorso a Roma, Jones chiarisce ciò che in realtà è evidente già leggendo le pagine precedenti. A ‘controllare’ gli artisti inglesi presenti a Roma, non solo in termini di committenze assegnate, ma anche fornendo veri e propri servizi di carattere para-finanziario sono Thomas Jenkins e James Byres. Entrambi sono mercanti d’arte, entrambi vivono a Roma per decenni e sono accreditati presso la nobiltà e i cardinali locali (Jenkins è ambasciatore britannico non ufficiale presso la Santa Sede), entrambi influenzano le scelte dei collezionisti. Jones è tagliato fuori dal circuito delle grandi committenze romane, in mano a un paio di operatori commerciali con pochi scrupoli che è riuscito a inimicarsi in pari misura e tenta di spezzare questo andamento recandosi a Napoli. Si tratta di un tentativo inutile e frustrante, che lo porterà a dire di aver deciso di dipingere libero da vincoli, senza alcuna aspettativa di successo, per il solo gusto di farlo. Le cose a Napoli non migliorano. In realtà Jenkins e Byres hanno i loro emissari anche nella città campana e l’artista gallese conosce una sorta di ostracismo da parte della sua stessa comunità d’appartenenza. Jones cerca la protezione di Sir William Hamilton, ambasciatore inglese presso i Borbone, ma l’ottiene solo due anni dopo, e in maniera molto tiepida. È in questo contesto, ovvero nell’ambito di un personalissimo ritorno al privato, che il pittore sfodera i suoi paesaggi urbani, immagini straordinarie di dimensioni contenute (normalmente 20 x 30 circa) che sicuramente produce per proprio diletto personale dalla terrazza della sua abitazione: “Al vedermi abbandonato dai miei compatrioti mi avvilii talmente che cercai di evitare il più possibile i posti in cui era facile incontrarli; così la maggior parte delle mie escursioni nei dintorni divennero tristi e solitarie. La natura e i paesaggi conservavano ancora tutto il loro fascino, e io continuavo a eseguire degli studi con la passione di sempre, ma lo facevo per puro piacere, non certo con la speranza di ricompense economiche, poiché le aspettative che ancora mi restavano in quel senso svanivano velocemente” (p. 168). Il diario non dice altro in merito. Certo, se si confrontano i muri dei palazzi di una Napoli mai vista fino ad allora in questa maniera e i (pochi) olii su tela di grandi dimensioni eseguiti nel corso del soggiorno italiano, il contrasto è stridente. Jones lascia Napoli assieme alla famiglia e torna in Inghilterra con un avventuroso viaggio via mare alla fine del 1803. Dopo qualche anno passato a Londra, abbandonerà definitivamente l’attività artistica e tornerà a vivere in Galles, gestendo i beni ricevuti in eredità da genitori e fratelli e vivendo in una certa agiatezza. Tutti si dimenticheranno di lui, fino alla sua riscoperta a partire dagli anni ’50 del Novecento. Impassibilità per sottrazione, resiliente modernità....è il credo di molti fotografi contemporanei. Come ad esempio il compianto bolognese Luigi Ghirri che fotografava quasi prevalentemente portoni in tutto il mondo. Quasi sempre brutti, apparentemente insignificanti, sorprendentemente attuali, proprio come la Napoli di Thomas Jones.

( 16 gennaio 2021 )

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