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Trivelle, il referendum per la Cisl non è la strada giusta

di Annamaria Furlan

E’ sbagliato mettere in contrapposizione lo sviluppo industriale e la necessaria tutela dell'ambiente, opporre il futuro di tanti lavoratori ed il diritto sacrosanto alla salute dei cittadini. Bisogna sapere conciliare le due cose, come hanno saputo fare in maniera saggia ed intelligente molti paesi industrializzati. Ecco perché il referendum sulle trivellazioni del 17 Aprile per la Cisl non è la strada giusta, perché rischia di generare confusione e di essere solo occasione di strumentalizzazione politica su un tema, quale è il rapporto tra le attività estrattive e la loro sostenibilità ambientale, delicato e strategico per l’economia dei territori e del Paese.

Tecnicamente il quesito ammesso al referendum chiede di esprimersi per cancellare la norma che consente alle società, che hanno già la concessione rilasciata nel rispetto dei requisiti tecnici e delle disposizioni di legge sulla tutela dell’ambiente, di poter protrarre l’estrazione degli idrocarburi al di là del termine temporale della concessione. Parliamo di impianti operativi nell’estrazione di olio e gas naturale tra le 5 e le 12 miglia marine dalla costa, fondamentali per la produzione nazionale, in un paese come l’Italia che già importa circa l’80 per cento del fabbisogno energetico. Se prevalesse il “no” nel referendum del 17 aprile questo impedirebbe alle società produttive di poter dilazionare l’estrazione nei momenti di maggiore stabilità e convenienza del prezzo del petrolio. L’eventuale abrogazione di questa norma non cancella, quindi, il diritto delle imprese a continuare le estrazioni, cancella invece la possibilità di posticiparle in periodi più redditizi e temporalmente oltre la scadenza formale della concessione. Contrariamente a quanto sostenuto dai comitati NO/TRIV anche un eventuale esito positivo del referendum non farebbe cessare alcuna attività estrattiva: la renderebbe oggi solo meno conveniente per le imprese e per i territori e metterebbe a rischio investimenti e l’occupazione nel settore (circa 20 mila lavoratori tra diretti ed indiretti). Senza contare che il blocco di questi impianti comporterebbe un conseguente aumento delle importazioni di energia e del traffico di petroliere nei nostri mari. Un tema così importante e delicato non può essere affrontato con serietà a colpi di referendum, soprattutto se usato, come fanno i comitati NO/TRIV, per sostenere a nome dell’ambiente una demagogica campagna contro qualsiasi attività energetica ed industriale a prescindere dalle compatibilità ambientali che si possono realizzare e dai progetti di sviluppo e lavoro che queste attività producono per i territori e per il nostro Paese. Fanno bene le regioni del Sud a battersi per la tutele delle coste e del mare che rappresenta una ricchezza inestimabile per il turismo e lo sviluppo. Sappiamo che fra la popolazione che sostiene i referendum ci sono molte persone che in buona fede vogliono cogliere l’occasione per manifestare la propria sensibilità ambientale. E' una sensibilità ed un obiettivo anche della CISL. Proprio per questo siamo impegnati a spingere il Governo ed il Parlamento a dare concreta attuazione agli obiettivi assunti in sede Europea per la drastica riduzione della dipendenza energetica dagli idrocarburi da realizzare entro il 2050 ed a rendere compatibili le produzioni industriali con le esigenze di sostenibilità ambientale e di valorizzazione turistica del patrimonio paesaggistico e culturale dei nostri territori. Questi obiettivi così ambiziosi possono essere raggiunti solo se sapremo gestire con serietà e responsabilità la necessaria fase transitoria verso l’energia verde, distinguendo con saggezza tra i veri interessi delle popolazioni e la cattiva informazione. Trivella sì trivella no è quindi sbagliato e fuorviante.

Senza un approvvigionamento energetico certo, continuo e sicuro, sarà difficile far ripartire la crescita, lo sviluppo e il miglioramento dei servizi nel nostro Paese.

Dobbiamo affrontare il dibattito sulla transizione energetica fuori da rigidità ideologiche pregiudizievoli e da conflitti istituzionali tra Regioni e Governo centrale sulla regolazione della materia, inevitabilmente provocati dalla consultazione referendaria.

Le istituzioni centrali e locali devono anzi assumersi le loro responsabilità con trasparenza e moralità, mettendo in campo investimenti e progetti sullo sviluppo della tecnologia verde e comportamenti coerenti per una progressiva trasformazione in termini di sostenibilità ambientale, delle nostre attività energetiche ed industriali.

( 15 aprile 2016 )

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