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Sindacato

Turchia, dal 2 febbraio 130mila tute blu in sciopero

di Gianni Alioti*

Dopo che i sindacati hanno respinto l’ultima offerta degli imprenditori, i lavoratori metalmeccanici turchi si preparano per lo sciopero in circa 180 aziende, incluse importanti imprese multinazionali come Arçelik, Renault, Bosch, Whirlpool, Mercedes, Ford e Tofas (Gruppo FCA). Un totale di oltre 130mila addetti dell’in - dustria metalmeccanica turca, che nel complesso occupa circa 1milione e 520mila lavoratori. Türk Metal1, il principale sindacato dei metalmeccanici in Turchia con oltre 200mila iscritti certificati, di queste aziende che aderiscono al Contratto Collettivo di Settore ne organizza 145, per un totale di 120mila lavoratori occupati in 200 unità produttive. Le altre 35 aziende (con poco più di 10mila lavoratori) sono organizzate dagli altri due sindacati minori BirlesikMetal- Is e Celik-Is, entrambi affiliati a IndustriALL Global Union e al sindacato europeo dell’indu - stria. La contrattazione collettiva in Turchia è essenzialmente per azienda, non esiste un CCNL sul modello italiano che copre, ad esempio, l’intera industria metalmeccanica e d’installazione impianti. Le singole aziende possono, volontariamente, firmare un contratto collettivo di settore negoziato dalle associazioni imprenditoriali alle quali aderiscono. Nel caso delle industrie metalmeccaniche l’acronimo dell’associa - zione è Mess, quello che per noi è la Federmeccanica. L’industria metalmeccanica in Turchia nel contesto europeo si caratterizza per salari bassi, molte ore di lavoro (45 ore settimanali x 280 giorni lavorativi + prestazioni straordinarie), elevati indici d’in - fortunio e altissima produttività. Secondo un’in - dagine realizzata da Birlesik Metal-Is, a causa dei bassi salari nell’indu - stria, l’85 per cento dei lavoratori metalmeccanici sarebbe indebitato. I negoziati per il rinnovo del contratto di settore, tra i tre sindacati metalmeccanici turchi e l’asso - ciazione imprenditoriale, erano iniziati il 5 ottobre 2017. Al sesto incontro, il primo dicembre 2017 la trattativa si è interrotta sul salario, quando i rappresentanti degli imprenditori hanno proposto per i primi sei mesi di durata del contratto un aumento del 3,20 per cento contro una richiesta per lo stesso periodo del 6,69 per cento + un aumento uguale per tutti di 0,42 euro l’ora + 0,04 euro l’ora per anno di anzianità di lavoro (la media è intorno ai dieci anni). Complessivamente questa richiesta salariale supera il 38 per cento, calcolata su una retribuzione media di un metalmeccanico (coperto da contrattazione collettiva) di soli 2,20 euro lordi l’ora (circa 450 euro mensili). Una rivendicazione solo in apparenza esagerata. Dobbiamo, infatti, tener conto che l’economia turca è cresciuta dal 2002 al 2011 - trainata dall’ex - port dell’industria manifatturiera (specie metalmeccanica) - a un tasso annuo medio del PIL reale del 5,2 per cento e, negli anni successivi fino al 2017, di ben il 6,7 per cento annuo. E ai lavoratori in Turchia, di quest’au - mento esponenziale della ricchezza, sono andate solo le briciole. È quanto successo, finora, anche ai lavoratori di FCA (Tofas e Magneti Marelli) per i quali, in Turchia come in Serbia (e in altre realtà del Gruppo), non valgono - evidentemente - le parole di Sergio Marchionne “E' giusto che tutti partecipino dei successi di FCA, soprattutto le persone che vi hanno contribuito attraverso la loro dedizione”. Con l’interruzione dei negoziati a inizio dicembre 2017 i tre sindacati turchi hanno notificato l’aper - tura di una fase di conflitto con azioni d’avverti - mento (cortei e manifestazioni di fronte le sedi aziendali ecc.) e con il blocco degli straordinari. Nonostante sia stato designato un mediatore ufficiale, in conformità con la legislazione turca, il conflitto non è stato risolto. L’ultima offerta delle imprese l’11 gennaio di un aumento complessivo dei salari del 6,4 per cento (inferiore all’inflazio - ne che, adesso sfiora il 12 per cento) più un parziale aumento dei benefici sociali, è stata respinta dai tre sindacati. Il 18 gennaio, il giorno dopo la notificazione del rapporto sul conflitto redatto dal mediatore, Türk Metal ha deciso di entrare in sciopero dal 2 febbraio. Pevrul Kavlak, presidente di Türk Metal e segretario generale della confederazione Türk-Is, durante un’assemblea a Bursa, ha comunicato che “appena ricevuto il rapporto del mediatore, abbiamo deciso di iniziare lo sciopero, la prima data legalmente possibile, senza aspettare oltre. Se Dio vuole, scenderemo in sciopero il 2 febbraio”. L’esercizio del diritto di sciopero in Turchia è, però, subordinato a una rigida procedura di legge. Anche se considerato legale, uno sciopero può essere sospeso per 60 giorni con un decreto del Consiglio dei Ministri, se l’azio - ne diretta dei lavoratori è considerata pregiudizievole per la salute pubblica e la sicurezza nazionale. Decisione alquanto frequente nella storia recente della Turchia. E “se non si arriva a un accordo prima del termine del periodo di sospensione, la Giunta superiore di Arbitraggio risolve il conflitto su sollecitazione di una delle parti nei 6 giorni utili”. Significa che i sindacati non possono riprendere quasi mai uno sciopero dopo un “rinvio”, il quale si trasforma - di fatto - in una proibizione totale del diritto di sciopero. Per queste ragioni Valter Sanches, segretario generale di IndustriALL Global Union, ha dichiarato: “La nostra famiglia sindacale mondiale continuerà a dare il suo massimo appoggio ai lavoratori metalmeccanici turchi nella loro lotta. Il diritto allo sciopero è un diritto fondamentale del lavoro e tutti i lavoratori devono poterlo esercitare. Il Governo turco deve riconoscere questo diritto e non impedirlo in alcun modo”. Rispetto, invece, alle ragioni del conflitto il segretario generale aggiunto di IndustriALL Kemal Özkan ha ripetuto: “I lavoratori metalmeccanici della Turchia realizzano record di produzione in industrie con alta reddittività, ma le imprese (molte di queste multinazionali) non vogliono ripartire neppure una piccola parte di questa ricchezza con i lavoratori. L’offerta di Mess è una presa in giro dei lavoratori metalmeccanici, e IndustriALL li appoggerà fintanto che non conseguano un buon accordo”. Pevrul Kavlak, rivolgendosi sia alle imprese sia al Governo turco ha aggiunto: “ La soluzione che cerchiamo è sempre al tavolo negoziale. Ma non avete mai preso sul serio quel tavolo. Vogliamo solo i nostri diritti, niente di più. I nostri lavoratorimetalmeccanici che contribuiscono con livelli record di produttività, qualità ed efficienza ai risultati economici delle imprese e alla torta crescente del PIL, non possono continuare a essere esclusi da un’equa ripartizione della ricchezza”.

*Ufficio Internazionale FIM Cisl

( 23 gennaio 2018 )

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