Domenica 24 maggio 2026, ore 17:18

Magistero sociale 

Le cose nuove del 1891: il lavoro non è una merce 

C'è grande attesa per la presentazione, lunedì prossimo, della “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Leone XIII. Porterà la data del 15 maggio, 135.mo anniversario della “Rerum Novarum” di Leone XIII al quale Prevost ha voluto fare evidente riferimento nel momento in cui un anno fa “sibi imposuit nomen”.
Quando nel 1891 Papa Pecci pubblica la prima enciclica sociale, le “cose nuove” sono tante, profonde e tumultuose. In Italia, in Europa, nel mondo.
In Italia nel 1891 il capo dello Stato è re Umberto I. Il capo del Governo a inizio anno è Francesco Crispi; gli succede, il 6 febbraio, Antonio di Rudinì.
L'Italia di fine '800 è uno Stato nuovo con una propria organizzazione e con finanze risanate dai governi della Destra. Ora però si rendono indispensabili riforme politiche e sociali. La Destra invece impone nuove e gravose tasse e perde la maggioranza con le elezioni del 1876. Durante la campagna elettorale, il più autorevole esponente della Sinistra moderata, Agostino Depretis, propone battaglie e riforme sociali contro analfabetismo, fame, malattie. Una volta capo del Governo Depretis realizza in gran parte il suo programma. Nel 1880 ad esempio è abolita l'odiata imposta sul macinato, che aveva fatto aumentare il prezzo del pane. Depretis, però, riesce a governare solo costituendo di volta in volta maggioranze parlamentari diverse, alle quali aderivano con disinvoltura uomini della Sinistra, del Centro o della Destra. Pratica parlamentare che passa alla storia come trasformismo. E con il trasformismo si verificano anche i primi casi di corruzione.
La seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento sono dunque per l’Italia periodi di grandi trasformazioni politiche, economiche, sociali e demografiche. Negli anni ’80 inizia uno sviluppo industriale, reso possibile dalla diminuzione dei costi di trasporto. Dopo le industrie tessili, in Italia si affermano anche l’industria siderurgica e quella meccanica, con effetti positivi anche sul rinnovamento dell’agricoltura. Le regioni nord-occidentali riducono il divario che le separa dall’Europa più ricca. Ma si accentuano le differenze tra Nord e Sud. Tra il 1871 e il 1915 oltre 13.500.000 italiani si trasferiscono in altri Paesi dell’Europa continentale, dell’Africa settentrionale e in Argentina, in Brasile, negli Stati Uniti. L’emigrazione favorisce lo sviluppo dell’economia italiana, grazie alle rimesse che giungono dagli emigranti; denaro che migliora il tenore di vita di una parte della popolazione e permette nuovi investimenti.
Lo sviluppo delle industrie aumenta il numero di operai e favorisce la nascita di organizzazioni sindacali e politiche, che si ispirano alle idee socialiste e anarchiche. Nascono le Camere del lavoro, che riuniscono i lavoratori iscritti al sindacato in un territorio e si occupano delle vertenze sindacali.
In tutta Europa a partire dagli anni '70 dell'800 si sviluppa la seconda rivoluzione industriale, caratterizzata da un eccezionale numero d’innovazioni tecnologiche e dall'utilizzo di nuove forme e fonti di energia che mutano comportamenti e modelli di consumo. Emerge una nuova classe sociale che vive del lavoro salariato. La legislazione sociale è appena agli inizi, la situazione di miseria degli operai è drammatica.
Anche gli Stati Uniti, dopo la Guerra di Secessione, conoscono un boom demografico ed economico. Ma anche Oltreoceano la vita di un lavoratore dell'industria non è facile: paghe basse, giornata lavorativa lunga, condizioni di lavoro rischiose. Prima del 1874, quando il Massachusetts approva la prima legislazione a livello nazionale che limita il numero di ore lavorative in fabbrica, per donne e bambini, a 10 al giorno, non esiste alcuna legislazione sul lavoro.
Proprio dagli Stati Uniti nel 1887 il card. James Gibbons arriva a Roma per incontrare Leone XIII e perora con successo la causa dei Knights of Labor, il primo grande sindacato americano, in lotta contro i monopoli e accusato di costituire una società segreta.
Questa è una di quelle vicende che aiutano Leone XIII a maturare l'enciclica che ha in mente dal momento dell'elezione, nel 1878.
Di spunti decisivi ce ne sono infatti anche altri. A Londra il card. Henry Manning partecipa direttamente al negoziato che, il 4 novembre 1889, si conclude con l'accoglimento delle rivendicazioni dei “dockers” (scaricatori portuali) in sciopero: Leone XIII segue da vicino questo intervento. A Berlino, nel 1890, l'imperatore Guglielmo II, riprendendo l'idea dello svizzero Gaspard Decurtins di convocare una conferenza internazionale sul lavoro, chiede l'appoggio del Papa. E ancora: dal 1885, Léon Harmel guida in pellegrinaggio alla Città eterna interi treni di operai che, a migliaia, vengono ricevuti in udienza dal “loro” Papa.
Dopo una lunga riflessione e sotto la spinta dell'urgenza, nel 1891 viene pubblicata la Rerum Novarum.
Leone XIII aveva ereditato una Chiesa da pochi anni privata del potere temporale, dunque in un nuovo rapporto con gli Stati. Ed è profondamente preoccupato dalle tensioni che la società europea sta attraversando. Nell’enciclica denuncia le idee “socialiste” e giustifica il diritto di proprietà privata pur collegandolo al bene comune: affrancando l’uomo dalla precarietà, il diritto di proprietà è la condizione di una libertà reale. Ma denuncia anche gli eccessi del liberalismo e legittima l’intervento dello Stato nell’economia. Difende il giusto salario, il diritto di costituire associazioni professionali, la necessità di adattare le condizioni di lavoro dei ragazzi e delle donne, il riposo domenicale: tutti punti ripresi dalla legislazione sociale che prende finalmente forma. Rivendicazioni che oggi appaiono scontate ma non lo sono affatto ai tempi di Leone XIII. Leonardo Murialdo già nel 1869 aveva presentato al governo Lanza-Sella una petizione che invocava una legge protettiva del lavoro dei fanciulli in fabbrica; l’iniziatore delle società operaie cattoliche deve aspettare ben 17 anni per vedere approvata una legge che fissava a 9 anni il limite minimo d’età per il lavoro in fabbrica e vietava quello notturno ai minori di 12. Questa legge, male applicata, è l’unico esempio di legislazione sociale esistente in Italia quando esce la Rerum Novarum. L’orario di lavoro oscilla dalle 12 alle 14 ore medie giornaliere, il riposo festivo è praticamente sconosciuto, nessuna tutela pubblica soccorre l’operaio in caso di malattia, invalidità e vecchiaia.
Papa Leone XIII colloca la Chiesa in una posizione critica tanto verso il socialismo collettivista quanto verso il liberalismo individualistico, posizione che resterà una costante di tutta la dottrina sociale della Chiesa. Sulla base di un sistema comune di regole, la soluzione della questione operaia viene affidata alle parti. In una logica di armonizzazione degli interessi, dunque, emerge in nuce la definizione di una soluzione partecipativa alla questione sociale.
L'esito più immediato in quel fine '800 è la nascita del cattolicesimo sociale: sviluppo del sindacalismo cristiano, creazione delle Settimane sociali in Francia (1904), in Spagna (1906), in Italia (1907), in Canada (1920).
Il mondo culturale laico e socialista scopre che i pionieri di questo movimento sono tutti al di sopra di ogni sospetto dottrinale. La loro intensa azione sociale, che pure incontra difficoltà dentro e fuori il mondo cattolico, è ispirata da una fede senza tentennamenti nel Papa e nella Chiesa.
L'enciclica ha un'eco straordinaria nella stampa, come ben ricostruito tra gli altri dal giornalista Lucio Brunelli. Il testo è reso noto tramite tre numeri consecutivi dell’ ”Osservatore Romano”, in latino, dal 19 al 21 maggio; una sintesi ufficiosa, subito ripresa da tutti i giornali, compare il 16 maggio sul quotidiano cattolico tedesco “Germania”.
Ostili e scettiche le reazioni della stampa socialista che considerava la Rerum Novarum un tentativo di ripristinare la teocrazia, di frenare la lotta di classe e di allontanare il proletariato dai movimenti rivoluzionari.
Ma ostili e scettiche sono anche le reazioni della stampa liberale. ”La Riforma”, fondata da Crispi, parla a più riprese di "Enciclica socialista". Brusco anche il ”Corriere della Sera”: in nome della salvaguardia della nascente industria italiana dalla concorrenza internazionale critica soprattutto la limitazione legale dell’orario di lavoro. ”L’Opinione” lancia un allarme di fondo: “Se l'Enciclica fosse il punto d’arrivo della propaganda cattolico-sociale dovremo tutti plaudire; ma appare, invece, questo il punto di partenza”.
Mezzo secolo dopo George Bernanos, nel ”Diario di un curato di campagna”, fa dire al protagonista: “La famosa Enciclica di Leone XIII voi la leggete tranquillamente con l’orlo delle ciglia, come una qualunque pastorale di quaresima. Alla sua epoca ci è parso di sentir tremare la terra sotto i piedi. Questa idea così semplice che il lavoro non è una merce, sottoposta alla legge dell’offerta e della domanda, che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini come sul grano, lo zucchero e il caffè, metteva sottosopra le coscienze”.
135 anni dopo il mondo del lavoro resta uno dei pilastri che sostiene il tessuto sociale. Nell'era tecnologica molti diritti hanno ancora bisogno di essere salvaguardati. Tra i rischi connessi in particolare ad algoritmi e intelligenza artificiale, ci sono nuove forme di schiavitù e di sfruttamento. Su questo è atteso l'intervento di Papa Prevost con la sua Magnifica Humanitas.
Giampiero Guadagni

(Foto Museums Victoria su Unsplash)

( 22 maggio 2026 )

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