Poco più di 23 milioni (+0,7% rispetto al 2024) per un ammontare complessivo annuo di 372.450 milioni di euro: è il numero di prestazioni del sistema pensionistico italiano al 31 dicembre 2025. Il dato è stato rilevato dall'Inps nell'Osservatorio statistico sulle Prestazioni pensionistiche e sui beneficiari: un importo che ha registrato un incremento del 2,3% rispetto al 2024, e che fa riferimento a 16,4 milioni di beneficiari (+0,6% rispetto al 2024) con una media di 1,4 prestazioni a testa.
Un bacino di pensionati all'interno del quale le donne rappresentano la maggioranza, ossia il 51%, anche se arrivano a percepire solo il 44% dei redditi (19.553 euro, in crescita sui 19.140 del 2024), mentre l'importo medio annuo percepito dagli uomini è pari a 26.031 euro (in aumento sui 25.712 medi del 2024): una dimensione dove, quindi, il reddito da pensione degli uomini è superiore del 33% rispetto a quello delle donne. Un divario che non accenna a diminuire e che viene riconfermato anche nel già difficile contesto che registra come oltre 4,5 milioni di pensionati ricevano trattamenti inferiori ai 1.000 euro: il 27,5% del totale riceve appena l'8,6% della spesa complessiva, con oltre 2,8 milioni rappresentati dal genere femminile, con una disparità rappresentata dalla maggiore presenza degli uomini nelle classi di reddito pensionistico superiori a 1.500 euro mensili (il 64,3%) mentre le donne sono pari al 46,2%. Disparità che viene nuovamente ravvisata in riferimento alle carriere più lunghe e ai salari più alti percepiti dagli uomini.
Andando nello specifico sono 2.871.778 i pensionati che percepiscono tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese, pari al 17,5% del totale, con il 45% che ha trattamenti inferiori a 1.500 euro al mese, mentre quelli che hanno almeno 5mila euro al mese sono 477.654, il 2,9% del totale, per una spesa complessiva pari al 10,7%, che rappresenta una quota molto più alta rispetto a quella percepita dal 27,5% dei pensionati con i redditi più bassi. Al Sud la percentuale di pensionati che percepiscono fino a 1.000 euro è pari al 35,3%, che scende a 25,3% al Centro, per arrivare al 20,2% al Nord, mentre per quanto riguarda i redditi superiori a 3.000 euro al mese, questi sono appena l'11,9% nel Mezzogiorno, il 17,2% al Nord e il 17,8 al Centro. Differenze che si ripresentano anche riguardo la tipologia delle prestazioni: in riferimento ai pensionati con una prestazione assistenziale, il 48% risiede nel Mezzogiorno a fronte del 31,5% del Nord, e del 20,5% del Centro. Al Nord risiede la maggioranza dei pensionati di vecchiaia/anzianità con il 54,1% del totale a fronte del 26,1% nel Mezzogiorno e del 19,8% al Centro. E sempre in riferimento al tipo di prestazione elargita, il lavoro realizzato dall'Inps rileva come il 76,7% delle pensioni sia di natura previdenziale (invalidità, vecchiaia e superstiti); il 20,7% di natura assistenziale (invalidità civili, assegni e pensioni sociali, pensioni di guerra); mentre il restante 2,6% circa riguarda le prestazioni di tipo indennitario. All'interno delle tre grandi tipologie, la quota più corposa è rappresentata dalle prestazioni di vecchiaia, percepite da 11,5 milioni di persone, di cui il 28% cumula anche trattamenti di altro tipo. A seguire i titolari di pensioni ai superstiti (4,1 milioni), mentre in riferimento alle prestazioni previdenziali i titolari di pensioni di invalidità sono 858 mila, di cui il 46% cumula pensioni di tipo diverso. Passando alle prestazioni assistenziali, la spesa al riguardo è pari a 4,1 milioni, mentre i titolari di prestazioni di tipo indennitario sono 592 mila, di cui la grande maggioranza (il 71%) cumula la somma percepita con altri tipi di trattamento previdenziale e/o assistenziale.
Una serie di dati che, come fa sapere l'Inps, forniscono un quadro complessivo della platea dei beneficiari e della distribuzione della spesa pensionistica nazionale. Spesa il cui aumento del 2,3% rappresenta un importo lordo rispetto al quale una parte ritorna alle finanze pubbliche attraverso l'Irpef e le addizionali, come precisato da Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, il quale, commentando i dati sui pensionati con redditi inferiori a 1.000 euro, ha sottolineato l’importanza di proseguire il lavoro a sostegno degli assegni più bassi e del loro potere d’acquisto, attraverso una perequazione più efficace e un paniere di riferimento più aderente alle spese effettive dei pensionati. Un'azione alla quale deve accompagnarsi una maggiore flessibilità in uscita e un’accelerazione del ricambio generazionale: al riguardo Durigon ha affermato che, nella prossima Legge di bilancio, la Lega punterà ad introdurre da una parte la possibilità di andare in pensione a 64 anni per chi voglia decidere in tal senso e abbia i requisiti previsti, e dall'altra anche la flat tax al 5% per i giovani. E della necessità di rafforzare le pensioni e di rendere più robusto il sistema economico e il mercato del lavoro ha parlato anche la Cisl, per la quale i dati Inps confermano in ambito pensionistico le note differenze di genere e territoriali: “andamenti sostanzialmente invariati da anni che riflettono le criticità dello sviluppo economico e dell'occupazione nel nostro Paese rispetto alle quali, fino ad ora, non si è riusciti a invertire in modo significativo la rotta”. “Oggi, con l'incremento del costo della vita e delle bollette - prosegue la Cisl - con 1.000 euro non si vive. Forse si sopravvive. I pensionati pagano oltre 57 miliardi di Irpef. È importante che venga assicurata la piena rivalutazione delle pensioni al costo della vita dando continuità al sistema della perequazione a scaglioni in vigore che rappresenta per la Cisl un criterio equo di applicare la rivalutazione, avendo sempre una particolare attenzione ai pensionati più fragili”.
Anna Taverniti

