E’ passato alle cronache come il presidente più amato dagli italiani. Sandro Pertini, nato a Stella (nel savonese) il 25 settembre 1896 e scomparso a Roma il 24 febbraio 1990, ha rappresentato la Repubblica in un periodo particolarmente complicato. Eletto l'8 luglio 1978 con una maggioranza amplissima (832 voti su 995), dopo le dimissioni anticipate di Giovanni Leone, a 82 anni è stato “l’inquilino” del Colle più anziano di sempre. Ha lasciato la carica il 29 giugno 1985, qualche tempo prima della fine naturale del mandato per permettere l'insediamento del suo successore, quel Francesco Cossiga che passerà alla storia come il “picconatore”.
E parte proprio da quel giorno di oltre 41 anni fa il libro “L’italianissimo”, scritto da Antonio Iovane e pubblicato da Mondadori, che mescola fatti realmente accaduti con eventi di pura finzione, regalando al lettore alcune ore di divertimento e un “ripasso” sul passato recente del nostro Paese. Al Quirinale è tutto pronto per salutare con il riguardo che merita l’uomo che è stato il volto dell’Italia nel mondo negli ultimi sette anni: il partigiano Sandro, che ha trascorso al confino e in carcere circa quindici anni e che, il 25 aprile 1945, a Milano, annunciò in radio l'insurrezione generale contro i nazifascisti. E, nella seconda parte della sua vita, l’onorevole Pertini, membro dell'Assemblea Costituente e più volte deputato socialista, che ha guidato la Camera dei Deputati dal 1968 al 1976. Nel cortile d’onore sono schierati il vicepresidente del Consiglio Arnaldo Forlani (il premier dell’epoca era Bettino Craxi), il ministro per i Rapporti con il Parlamento Oscar Mammì, il personale del palazzo, i corazzieri, gli allievi della scuola militare di Cesano, la banda dei carabinieri. Ma Pertini si fa attendere. Passano i minuti, il segretario generale del Quirinale Antonio Maccanico, la segretaria particolare Diana Ruggi e il capo ufficio stampa Michelangelo Jacobucci si agitano. Vanno a cercarlo. E quando lo trovano scoprono che il presidente ha cambiato idea: non vuole dimettersi, intende restare fino al termine del mandato perché, dice, “Il Paese ha ancora bisogno di me”. E per essere ancora più chiaro va a ripeterlo davanti alle telecamere della Rai, in modo che tutta l’Italia lo sappia. E così comincia un viaggio a ritroso nella vita di Pertini e negli eventi che hanno caratterizzato il suo settennato. Dai durissimi anni del confino (a Pianosa, Ponza, Ventotene…), all’incontro con il primo amore (Mati) e poi con l’a more eterno, quello con la moglie Carla Voltolina, staffetta partigiana conosciuta nel 1944 e sposata nel 1946. E poi i rapporti fraterni e di stima reciproca con papa Giovanni Paolo II, con cui condivise dei giorni di vacanza in montagna immortalati da fotografie che fecero il giro del mondo, e con il segretario del Pci Enrico Berlinguer, che raggiunse all’ospedale di Padova, dove fu ricoverato dopo il malore che gli costò la vita. Pertini fu in prima linea in alcune occasioni particolarmente drammatiche per l’Italia: come nel 1979 quando partecipò, a Genova, ai funerali dell’operaio comunista Guido Rossa, assassinato dalle Brigate Rosse, e poi volle incontrare i “camalli”, i lavoratori del porto, e si scagliò contro i terroristi. Come nel 1980, quando si precipitò alla stazione di Bologna dilaniata dalla bomba neofascista che provocò 85 morti e quando raggiunse l’Irpinia sconvolta dal terremoto che causò quasi 3 mila vittime. Come nel 1981, a Vermicino, davanti al pozzo artesiano che inghiottì il piccolo (aveva 6 anni) “Alfredino” Rampi, una tragedia seguita in diretta televisiva da milioni di persone.
Ma il presidente accompagnò anche alcuni fra i momenti più lieti del Paese: sono rimaste nella storia le immagini di lui che esulta al terzo gol della Nazionale azzurra nella finale contro la Germania ai Mondiali di calcio spagnoli del 1982 (“Non ci prendono più…”, chi tra i più “maturi” non ricorda quella frase pronunciata sorridendo dalle tribune del Santiago Bernabeu di Madrid, con al fianco re Juan Carlos?), così come quelle della partita a carte (a scopone) giocata con il Ct Bearzot e i calciatori Zoff e Causio sull’aereo che riportava la squadra a Roma. Il libro racconta di incontri realmente avvenuti ed altri di fantasia. Uno particolarmente significativo è quello con Benito Mussolini. I due si incrociarono davvero il 25 aprile 1945 a Milano sugli scaloni del palazzo dell’Arcivescovado, dove il cardinale Ildefonso Schuster aveva convocato il duce e i capi della Resistenza per trattare la resa, ma non si parlarono (Pertini non riconobbe il Duce e in seguito dichiarò che se l’avesse riconosciuto gli avrebbe sparato). Iovane immagina invece che ci fu un colloquio. Eccolo: “Cosa mi rimproverate, Pertini?” “Cosa le rimprovero, Mussolini? Me lo chiede pure? Lei è un ingenuo” disse, puntandogli il dito contro. Il Duce s’impettì. “Voi pensate di sapere, ma non sapete nulla, Pertini. Voi pensate che il popolo desideri quella che voi chiamate ‘liber tà’ e invece non è così. Gli uomini sono stati creati più vili e più deboli di quanto voi crediate, vogliono essere guidati come un gregge”. “Gli uomini vogliono scegliere, Mussolini, e lei per vent’anni ha tolto loro la possibilità di farlo”. “No, Pertini. Per l’uomo niente è più intollerabile della libera scelta tra il bene e il male da cui gli uomini chiedono solo di essere esentati. Niente è più intollerabile della libertà, perché con sé reca il tormento. Noi li abbiamo privati della libertà dando loro la tranquillità e il pane. In cambio abbiamo solo chiesto di dominare le loro coscienze”. Pertini scuote la testa. “Stupidag gini”. “Andiamo, Duce” lo implora scalpitante Graziani. “Credete davvero? E allora perché tutti gli italiani, salvo una sparuta minoranza, sono stati con me per vent’anni?”. “Perché li ha imbrogliati”. “E perché mi hanno abbandonato solo quando mi hanno visto perduto? L’imbro glio faceva loro comodo, Pertini? Con chi credete che sarebbero rimasti se questa guerra noi l’a vessimo vinta? Ma si accorgeranno presto, questi scolaretti, che sono solo dei ribelli deboli e incapaci di sostenere la propria ribellione. Versando sciocche lacrime riconosceranno infine che voi, che li avete creati ribelli, volevate di certo farvi beffe di loro, e torneranno da noi, e noi li convinceremo che sono solo dei fanciulli, che la felicità dei fanciulli è più dolce di ogni altra e nulla ha a che fare con la libertà. Voi, Pertini, agli uomini non avete da offrire altro che la libertà, senza rendervi conto che state offrendo loro un fardello di cui noi, al contrario, siamo disposti a farci carico. Noi garantiamo la liberazione dalla libertà”.
Spetta al lettore scoprire se (nel romanzo) Pertini insisterà nella scelta di rimanere fino alla fine del mandato o deciderà di firmare le dimissioni anticipate. Ciò che rimane nella memoria collettiva è comunque l’immagine di un uomo vicino alla “gente”: a contraddistinguerlo la pipa sempre in bocca, gli occhiali spessi, i modi un po' burberi ma sinceri, l’inclina zione allo scherzo (quando incontrava le scuole invitava gli studenti a porgli domande anche “imperti nenti”), una reputazione di assoluta onestà e coerenza morale, costruita su una vita di sacrifici per la libertà e la democrazia. Morirà cinque anni dopo, raccogliendo una popolarità, una simpatia e un rispetto condiviso al di là delle appartenenze che pochi altri presidenti o politici italiani hanno eguagliato.

