Martedì 31 marzo 2026, ore 21:50

Scenari

Lo Stretto di Hormuz stringe il cappio al biglietto verde

Nazioni come gli Emirati Arabi Uniti si sono rese quasi completamente dipendenti da Washington e Tel Aviv, e le ultime settimane hanno rivelato la follia di questa decisione. “Sarà una manna dal cielo sotto ogni punto di vista”, ha affermato un alto funzionario della difesa israeliana citato da Antony Loewenstein su Middle East Eye. Questo ottimismo è giustificato. Israele è ora il settimo esportatore di armi al mondo. Secondo i nuovi dati dello Stockholm International Peace Research Institute, Israele rappresenta il 4,4% del commercio globale di armi. Lo Stato ebraico ha superato il Regno Unito nella top 10 della classifica. Mentre l’industria delle armi festeggia e i sondaggi mostrano un rinnovato ottimismo pubblico, l’aggressione di Israele nella regione rivela tuttavia una dipendenza dalla violenza che nessuna vittoria militare può curare. Secondo un recente sondaggio, il morale degli israeliani è salito alle stelle dall’inizio della guerra. Prima del conflitto, circa il 37% degli israeliani si dichiarava ottimista sul futuro del Paese, mentre oggi questa percentuale si aggira intorno al 50%. Il Jerusalem Post, giornale favorevole alla guerra, ha descritto questo cambiamento in questi termini: “Nonostante la guerra, molti israeliani hanno mostrato un rinnovato senso di ottimismo, dimostrando resilienza di fronte alle avversità”. “È solo una comoda illusione, ma completamente lontana dalla realtà. Gli israeliani - ribatte Loewenstein - sono dipendenti dalla guerra, convinti dalla menzogna che un altro conflitto porterà loro la sicurezza. Ogni guerra dal 1948, quando le forze ebraiche hanno compiuto una pulizia etnica nei villaggi e nelle città palestinesi durante la creazione di Israele, ha portato all’illusione della vittoria. La più grande minaccia alla pace in Medio Oriente oggi è lo Stato di Israele stesso” conclude il giornalista indipendente (Guardian, New York Times, New York Review of Books e molte altre testate). La guerra nella regione è caratterizzata da una profonda situazione di stallo strategico. Stati Uniti, Israele e Iran nutrono visioni fondamentalmente incompatibili su come questa offensiva dovrebbe concludersi. “L’Iran - spiega Sami Al-Arian, direttore del Centro per l’Islam e gli Affari Globali presso l’Università Zaim di Istanbul - ha chiarito in modo inequivocabile la sua posizione. Teheran si rifiuta di arrendersi come richiesto dal presidente statunitense e respinge i negoziati finché è sotto attacco. Insiste sul fatto che l’aggressione debba cessare prima che possa iniziare qualsiasi processo diplomatico. Qualsiasi soluzione, hanno indicato i funzionari iraniani, richiederebbe anche la revoca delle sanzioni, le riparazioni di guerra, il riconoscimento dei diritti dell’Iran e ferme garanzie internazionali contro futuri attacchi. L’Iran ha inoltre segnalato di essere pronto a un confronto prolungato e disposto ad accollarsi i costi necessari per difendere il Paese. Israele ha adottato una posizione massimalista. I funzionari israeliani hanno dichiarato che la campagna continuerà senza limiti di tempo fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi, tra cui la neutralizzazione del potere dell’Iran e la potenziale imposizione di cambiamenti strutturali all’interno dello stesso Stato iraniano. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno adottato una posizione ambigua, che riflette l’assenza di una strategia coerente. L’ammissione del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui Washington si è consapevolmente lasciata trascinare in uno scontro dettato dai desideri israeliani, sottolinea la sottomissione della politica americana agli interessi sionisti”. La strategia di Us-raele mira a eliminare l’Iran come pilastro centrale della resistenza, mentre a quest’ultimo basta resistere. L’Iran deve solo sopravvivere. L’escalation rischia così di innescare un conflitto regionale più ampio che potrebbe destabilizzare i mercati energetici globali, sconvolgere i sistemi finanziari ed esporre le forze americane a rappresaglie prolungate. “La questione decisiva non è quale parte possa infliggere maggiore distruzione, ma quale parte possa sopportare maggiore dolore. Ampliando il campo di battaglia e aumentando i costi economici, Teheran mira a esercitare pressione politica all’interno dell’asse americano-israeliano ben prima che questo raggiunga il proprio limite” conclude Sami Al-Arian. Tali scontri raramente si concludono con vittorie militari decisive. Finiscono quando una delle parti riconosce che i propri obiettivi politici sono irraggiungibili. Al momento la soluzione è sospesa. “Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro”, spiega Pino Arlacchi, ex vice-segretario dell’Onu. Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati del pianeta. I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa. È un sistema di mutuo rafforzamento: il petrolio viene venduto e riciclato in dollari e i soldati americani proteggono i regimi del Golfo dall’instabilità interna e dall’aggressione esterna. “La guerra non fa affatto bene alle monarchie del Golfo. Se esse vengono destabilizzate militarmente - i loro impianti colpiti, la loro stessa sopravvivenza politica messa in discussione - il flusso di capitali che da decenni scorre dalla Penisola Arabica verso Wall Street può interrompersi e invertirsi. I fondi sovrani del Golfo iniziano a liquidare asset americani per coprire le spese belliche e ricostruire le infrastrutture distrutte”, prosegue Arlacchi. È lo scenario che economisti come Michael Hudson hanno prefigurato da tempo: il momento in cui la liquidazione delle riserve in dollari da parte dei paesi produttori di petrolio innesca una crisi di sfiducia sistemica nella divisa americana. Non una svalutazione controllata, ma una fuga dal dollaro. Per andare dove? La logica è imperativa: se gli Usa non sono più in grado di garantire la sicurezza dei regimi del Golfo la diversificazione delle loro riserve valutarie diventa urgente. L’accordo quadro Brics+ - al quale hanno aderito Arabia Saudita, Emirati, Iran ed Egitto - prevede lo sviluppo di forme di pagamento alternative al dollaro per il commercio tra i paesi membri. Questo è quanto aveva già intuito Giovanni Arrighi, economista e sociologo italiano: la transizione egemonica dal dollaro a una nuova valuta di riserva - o a un sistema multipolare senza valuta di riserva unica - sarebbe avvenuta non attraverso una decisione politica consapevole, ma attraverso la dinamica caotica di una crisi che nessun attore avrebbe completamente controllato. “Chiudendo lo Stretto di Hormuz si mette fine all’idea che gli Stati Uniti stiano controllando la situazione. Solo l’Iran decide cosa passa attraverso lo Stretto di Hormuz. E in questo momento gli iraniani devono decidere che non passa nulla. Nulla” dice dal canto suo William Scott Ritter Jr., ex ufficiale dei servizi segreti del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, ex ispettore per le armi della Commissione Speciale delle Nazioni Unite, spiegando la tenaglia in cui si trovano i paesi del Golfo, stretti tra Iran ed Israele. Anche altre infrastrutture civili vitali di quegli stessi paesi sono altrettanto vulnerabili. La popolazione totale del Consiglio di Cooperazione del Golfo supera i 60 milioni di abitanti e quasi tutta l’acqua utilizzata proviene da una manciata di impianti di desalinizzazione estremamente fragili. Se gli iraniani scegliessero di distruggerli, potrebbero di fatto rendere quei paesi inabitabili, è la tesi dell’analista militare Brandon J. Weichert.
Raffaella Vitulano

( 31 marzo 2026 )

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