Mercoledì 30 settembre 2026, ore 0:13

Pensioni

Bce: proseguire con le riforme per contrastare il calo dei lavoratori

Proseguire sulla strada delle riforme previdenziali per evitare il calo della crescita potenziale dell'Europa: è l'allarme lanciato dalla Bce riguardo lo spettro che aleggia sull'Eurozona per il quale entro il 2100 vi saranno circa 53 milioni di lavoratori in meno, con evidenti ripercussioni sull'andamento dell'economia europea.
In base all'analisi del Bollettino economico in cui si analizzano i dati dell’ultima revisione demografica Europop, condotta dalla Commissione presieduta da Ursula von der Leyen, con l’attuale tasso di fecondità registrato in Europa, nel 2100 la popolazione in età lavorativa sarà di soli 175 milioni di persone, ovvero 53 milioni in meno rispetto agli attuali 228 milioni: una condizione che, abbinata al corrispondente invecchiamento della popolazione complessiva, creerà un “forte freno” sulla crescita potenziale dell’Europa, a meno che “le future riforme pensionistiche non comportino un aumento della partecipazione alle forze di lavoro”, ovvero un allungamento della età pensionabile.

Secondo l’Eurotower, per far fronte al calo e all'invecchiamento della popolazione, “le riforme pensionistiche e del mercato del lavoro dovrebbero essere orientate ad aumentare la partecipazione alle forze di lavoro”, e “i Paesi i cui conti pubblici sono già vulnerabili dovrebbero astenersi dal revocare precedenti riforme previdenziali che abbiano contribuito a migliorare la sostenibilità dei rispettivi sistemi pensionistici”. Un invito rivolto in particolar modo ai Paesi del Mediterraneo da parte della Bce, la quale ha anche aggiunto che “la ricostituzione delle riserve di bilancio esaurite durante la pandemia, le crisi energetiche e un approccio di conti pubblici più favorevole alla crescita consentirebbero una più agevole gestione dei costi connessi all’invecchiamento della popolazione”.
Una condizione il cui aspetto più preoccupante è quello riguardante l’abbassamento del tasso di fecondità con l’ultima revisione, comunicata nel 2026, che per il periodo 2020-2050 prevede la nascita di 13 milioni di bambini in meno: una stima di “non nati” salita di 5,7 milioni rispetto alle previsioni di soli 3 anni. Oltre a questo, è prevista anche una riduzione della popolazione di 12 milioni di unità entro il 2100, malgrado l’ipotesi di un ulteriore recupero del tasso di fecondità da 1,46 figli per donna nel 2050 a 1,53 entro il 2100. Tra i casi osservati, quello della Germania, la cui popolazione potrebbe scendere di 9,4 milioni di persone, quella italiana che arriverebbe a 5,4 milioni (quasi il 10% in meno rispetto a oggi) e quella spagnola che, al contrario, sarebbe l'unica ad aumentare di 4,6 milioni, portando il Paese iberico a superare il nostro. Una diminuzione con evidenti ripercussioni anche sul numero di lavoratori, elemento che, a sua volta, “incrementa il tasso di dipendenza degli anziani e le connesse pressioni sulla provvista dei sistemi pensionistici”, motivo per il quale la Bce ha invitato i Paesi dell’Eurozona a “non sottovalutare la necessità di riformare i sistemi pensionistici”, nonostante un leggero miglioramento atteso nel tasso di fecondità.
La Bce ha anche ricordato le proiezioni della Commissione europea comunicate del 2024, secondo le quali nell’area dell’euro la spesa pubblica connessa all’invecchiamento (quindi per pensioni, assistenza sanitaria, cure a lungo termine e istruzione) dovrebbe aumentare di 1,3 punti percentuali nello scenario di base, raggiungendo il 26,4 per cento del Pil nel 2050.

Anna Taverniti

( 28 settembre 2026 )

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