Venerdì 25 settembre 2026, ore 0:23

Welfare

Itinerari previdenziali: Stato sociale sulle spalle di pochi

Chi paga per mantenere lo Stato sociale? E la spesa per sanità e assistenza è sostenibile? Sono le domande alla base del XIII Rapporto sulle entrate fiscali e sul finanziamento del welfare, presentato al Cnel nel corso di un convegno promosso da Itinerari Previdenziali in collaborazione con Cida, (Confederazione italiana alti dirigenti e professionalità). Un lavoro realizzato allo scopo di monitorare e analizzare la spesa pubblica relativa al sistema di protezione sociale e le entrate contributive e fiscali necessarie per il finanziamento statale e del welfare, e dal quale è emersa l’insostenibilità del sogno italiano di realizzare un welfare generoso, se non per il contributo di pochi, in particolare quegli 8 milioni di italiani, ossia il 18,78% dei contribuenti, che dichiara redditi dai 35 mila euro in su, corrispondendo da solo circa il 65% di tutta l’Irpef.

Il Rapporto evidenzia, infatti, come malgrado i numeri di coloro che dichiarano siano in aumento (42.837.963 persone) mentre coloro che versano effettivamente siano 34.105.072, il carico fiscale del Paese continui ad essere sulle spalle di pochi, visto che circa 24,8 milioni di italiani non dichiara redditi e non partecipa, quindi, al pagamento delle imposte. Uno squilibrio che non riguarda soltanto il fisco ma anche la crescita, come riportato nella ricerca: “Penalizzare il lavoro qualificato, il merito e l’assunzione di responsabilità rischia di indebolire gli incentivi a produrre più reddito, investire sulle competenze e crescere professionalmente. E un Paese che rende meno conveniente crescere finisce inevitabilmente per crescere meno”.

Nello specifico, oltre a quel 29,96% di lavoratori con redditi da 29mila euro in su e a quel 16,46% che dichiara oltre 35mila euro, corrispondendo il 63,14% dell’Irpef, la restante parte viene pagata dal 61,4% dei lavoratori subordinati (il 12,64% con redditi fino a 26mila euro), e dagli autonomi: sopra la soglia dei 35mila euro si conta il 36,89% dei contribuenti che pagano quasi tutta l’Irpef della categoria, ben l’88,88%. Infine i pensionati: quelli con redditi fino a 26mila euro lordi annui (il 66% che versa il 26,64% del totale Irpef) anche se il grosso delle imposte (66,19%) grava su quelli con redditi dai 29mila euro in su e, ancora di più oltre i 35mila euro, che versano il 49,7% dell’Irpef. “Ci troviamo in un Paese in cui è difficile pensare di poter andare avanti se soltanto una piccola parte della popolazione contribuisce, tanto più che la quantità di servizi gratuiti sono tanti, come la scuola, la sanità e l’assistenza sociale” ha spiegato da Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.
Nel 2024 sono occorsi 138,33 mld per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Per finanziare solo queste tre funzioni è stato necessario utilizzare tutte le imposte dirette per un totale di 325,27 miliardi, e almeno altri 7 miliardi di imposte indirette. Un’enorme redistribuzione di ricchezza, secondo Brambilla, di cui non solo la maggior parte dei cittadini che fruisce gratuitamente di quei servizi si rende conto, ma che lascia oltretutto alle altre funzioni statali solo le residuali imposte indirette, le accise e la pericolosa strada del debito. Una redistribuzione senza reciprocità “che rischia di diventare la grande asimmetria italiana” come dichiarato da Stefano Cuzzilla, presidente Cida. ”È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio. La progressività - ha aggiunto - è un principio di equità, ma non può trasformarsi nella penalizzazione permanente di chi lavora, produce e dichiara. Serve un cambio di rotta: meno pressione su chi già sostiene il sistema, più contrasto all’evasione, un welfare capace di concentrare le risorse su chi ne ha realmente bisogno e di accompagnare le persone verso il lavoro e l’autonomia, aumentando la base di chi contribuisce”.

Anna Taverniti

( 24 settembre 2026 )

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