Giovedì 29 gennaio 2026, ore 1:44

Giornata della Memoria

La memoria non va data per scontata, dipende da noi

L’ombra dell’antisemitismo aleggia ancora sul mondo. Rigurgiti pericolosi, che tornano dopo oltre vent’anni da quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel corso della 42ª riunione plenaria del 1° novembre 2005, con la risoluzione 60/7 (preceduta da una sessione tenuta il 24 gennaio 2005 in occasione del sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento) istituì il Giorno della Memoria, celebrato il 27 gennaio perché in quel giorno di ottantuno anni fa, nel 1945, le truppe della 60ª divisione sovietica, impegnati nell’offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono ad Auschwitz, nella Polonia del sud, a pochi chilometri da Cracovia, sfondando con un carro armato il cancello dell’ingresso principale, quel che restava di settemila anime in un lager. Persone ridotte a larve. E dove avevano perso la vita più di un milione di persone.

Oggi ciò che resta di quel tragico periodo è il tributo alle vittime dell’Olocausto, che ha anzitutto il compito e il dovere di far conoscere la storia ai giovani. Un impegno e non soltanto un rituale, ma l’inizio di un viaggio verso la pace. Tra cerimonie e ricordi di quell’aggregazione di luoghi (oltre ad Auschwitz, ci sono Birkenau, Monowitz, Treblinka, Chelmmo, Majdanek, Belzec e Sobibor), di quei campi di morte utilizzati per la “soluzione finale”, per le deportazioni concepite da Hitler ed Heydrich per cancellare gli ebrei, c’è il coro unanime di una classe politica, da destra a sinistra, che non può fare a meno di custodire, in un periodo così difficile, quella memoria che si tramanda ormai da generazioni. Dove tutti, o quasi, sembrano aver imparato cosa vuol dire Shoah, che in ebraico significa Catastrofe (in questo caso con la C maiuscola). Terrore. Sgomento. Che in Europa probabilmente in tanti già avevano intuito o conoscevano ancor prima che il mondo, come sostenne lo storico americano Raul Hilberg, cominciasse a interrogarsi sul serio sulle tre componenti di quella tragedia: i carnefici, le vittime e gli spettatori. Delle prime due si sa ormai tutto o quasi, grazie al lavoro di generazioni di storici e degli istituti di ricerca. Degli spettatori e delle loro responsabilità nell’Olocausto, nell’eccidio di sei milioni di brevi si conosce, forse, un po’ meno. Tra la voglia dei sopravissuti di lottare contro i negazionismi, i tentativi di distruggere prove e per l’affermazione della verità a partire principalmente dagli anni Settanta e Ottanta, quando col passare del tempo aumentò la consapevolezza di ciò che era avvenuto.

Tuttavia anche il nostro Paese non fu esente da colpe: il suo periodo razzista inizia il 14 luglio 1938, giorno in cui il “Giornale d’Italia” pubblicò, senza firme, il “Manifesto della razza”, documento ispirato e scritto da dieci “scienziati” antisemiti. Tutti personaggi, chi con ruoli maggiori o minori, operanti in ambito universitario. I nomi? Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari. Furono loro a preparare i dieci paragrafi della “Carta”, di cui uno esplicitamente dedicato alla questione ebraica con il titolo “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana”, sottoscritti dal segretario nazionale del Partito fascista, Achille Starace, e dal ministro della Cultura popolare, Dino Alfieri. Leggi razziali che poi vennero abrogate durante il Regno del Sud coi regi decreti-legge n. 25 e 26 del 20 gennaio 1944, mentre nella Repubblica sociale di Mussolini continuarono a essere in vigore fino alla Liberazione nel 1945. Una macchia profonda e incancellabile che pesa non soltanto sulla Germania, che aveva scientificamente pianificato lo sterminio del popolo ebraico, e sull’Italia, ma anche sull’intera Europa e su chi, da più lontano, non fece nulla per impedirla.

La memoria non va data per scontata, dipende da noi. Dobbiamo trasmettere le lezioni della Shoah e costruire un’Europa libera dall’antisemitismo e da ogni forma di odio – ha affermato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen –. Il ricordo dell’Olocausto deve rimanere accurato, pertinente e significativo. Questa è la nostra responsabilità condivisa e il nostro impegno duraturo come europei. Ricordiamo e rendiamo omaggio ai sei milioni di donne, uomini e bambini ebrei uccisi, così come a tutte le altre vittime innocenti del regime nazista. Adesso la distorsione della Shoah viene usata per dividerci. Siamo chiari: nulla potrà mai giustificare la distorsione, la minimizzazione o la strumentalizzazione di uno dei capitoli più oscuri della storia europea”. Negli ultimi tempi, ha aggiunto von der Leyen, “abbiamo assistito a un picco di atti antisemiti in tutta Europa, costringendo molti ebrei a nascondere la loro identità e vivere nella paura. Questo è inaccettabile. Siamo al fianco delle nostre comunità ebraiche europee e continuiamo ad attuare la strategia dell’Ue per combattere l’antisemitismo”, si legge ancora nella dichiarazione. “Stiamo giungendo alla fine della cosiddetta ‘era del testimone’. Man mano che gli ultimi sopravvissuti scompaiono, la nostra responsabilità aumenta. Dobbiamo trovare nuovi modi per ricordare le atrocità, per dire la verità su ciò che è successo e per imparare dal passato. A tal fine, stiamo salvaguardando i siti dell’Olocausto e rafforzandone la visibilità e il riconoscimento tra le generazioni”.

Certo, negli ultimi anni è tornata la questione israelo-palestinese con i suoi scontri e i suoi morti. Altra epoca, altra storia, rispetto al tributo alla vittime della Shoah. Di sicuro, come sostenne nel 2005 il sopravvissuto Elie Wiesel (scomparso nel 2016), scrittore e poi Premio Nobel che l’autorevolissimo Comitato norvegese definì “messaggero per l’umanità”, “quando il mondo rinuncerà alla Memoria dell’Olocausto, sarà come se sceglierà di uccidere le vittime una seconda volta, dopo che la prima volta fu incapace di salvarle”.

Fabio Ranucci

 

( 27 gennaio 2026 )

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