Come garantirsi un buon invecchiamento? Lo sanno bene i millenials per i quali, per raggiungere tale obiettivo, bisogna impegnarsi fin da giovani, malgrado rimangano la generazione che incontra più ostacoli nel trasformare questa consapevolezza in realtà. Un paradosso, quello emerso dall'indagine realizzata da Elma Research in occasione del X congresso nazionale di Fondazione Onda Ets appena concluso, dal titolo “La crescita delle cronicità in un mondo che invecchia: differenze di genere”, che ha mostrato come tale consapevolezza interessi l'80% dei millenials, per i quali si invecchia bene se ci si impegna entro i 40 anni, contro il 55% dei boomer.
Nonostante tale convinzione, però, negli ultimi 12 mesi i 30-45enni si sono occupati in misura minore di alimentazione, attività fisica, sonno, allenamento della mente e prevenzione. Una condizione fotografata dalla ricerca che ha coinvolto 1.000 persone: 640 boomer tra i 65 e i 75 anni e 360 millennial tra i 30 e i 45 anni, e che Fondazione Onda ETS, nata nel 2005 come Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, ha voluto promuovere per mettere a confronto due generazioni per le quali, allo stesso modo, servono politiche su misura.
Un confronto che ha mostrato come i millenials, malgrado siano la generazione più consapevole, sia anche quella che incontra le difficoltà maggiori a fare spazio alla prevenzione, come sottolineato da Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda ETS, per la quale è necessario che Istituzioni e imprese passino dalla semplice informazione all’attivazione concreta, attraverso politiche pubbliche e programmi di welfare aziendale accessibili nei costi, flessibili nei tempi e non colpevolizzanti.
“La continuità conta più della perfezione - ha affermato il presidente di Fondazione Onda ETS - ma per renderla possibile occorre ridurre le barriere che comprimono la vita quotidiana. Per raggiungere i millennials, e aiutarli a diventare gli anziani in salute di domani, dobbiamo cambiare il modo in cui comunichiamo, utilizzando i loro canali e il loro linguaggio, senza rinunciare all’autorevolezza scientifica”.
Allo stesso tempo, secondo Merzagora, l'attenzione deve andare ai boomer che non sono soltanto destinatari di assistenza ma rappresentano una risorsa ancora attiva per le famiglie e le comunità, possessori di una visione concreta e ottimista degli anni che hanno davanti, per i quali serve una politica per la longevità che li riconosca e li sostenga. Per la Fondazione, quindi, esiste una doppia priorità: da una parte quella di sostenere chi continua a prendersi cura degli altri (7 boomer su 10 ancora gestiscono casa e cari) e dall'altra quella di investire oggi sui millennials, consapevoli ma più stressati, e con difficoltà a mettere in pratica sane abitudini. Due generazioni, quindi, che attribuiscono significati diversi ai concetti di salute, futuro e longevità, come spiegato da Massimo Massagrande, Ceo di Elma Research, per il quale è necessario realizzare politiche differenti che siano in grado di rispondere in modo mirato alle loro esigenze, partendo innanzitutto dal rapporto atteso tra malattia e benessere percepito per millenials e boomer. Questi ultimi, infatti, nonostante presentino quasi il doppio delle cronicità, sono quelli più soddisfatti per salute mentale, autonomia, indipendenza e progettualità, con la possibilità di fare ciò che desiderano e maggiore serenità rispetto al futuro, a differenza dei millennials per i quali sono più importanti la serenità emotiva, la gestione dello stress e la qualità del sonno. Per entrambi il semplice “vivere a lungo” si ferma al 16%. Un confronto, quello tra le due generazioni, che “ci consegna un messaggio chiaro” come evidenziato da Claudio Mencacci, co-presidente della Società italiana di NeuroPsicoFarmacologia e presidente del Comitato scientifico di Fondazione Onda ETS: “La prevenzione non può iniziare quando la malattia è già presente. I millennials sanno che bisogna agire presto; la maggiore diffusione delle cronicità tra i boomer mostra quanto questa scelta possa incidere nel tempo”.
Per questo, secondo Mencacci, è necessario trasformare la consapevolezza in comportamenti concreti, proprio allo scopo di ridurre i fattori di rischio e proteggere anche la salute mentale. “Nelle principali malattie croniche la prevalenza di ansia e depressione è generalmente compresa tra il 20% e il 40% e tende a crescere con il dolore, la disabilità e la gravità della patologia. Nel dolore cronico, una metanalisi pubblicata su ’Jama Network Open’ nel 2025, condotta su oltre 347mila persone, rileva depressione nel 39,3% dei casi e ansia nel 40,2%, con percentuali superiori al 50% nella fibromialgia e un impatto spesso maggiore sulle donne. Nella donna con malattia cronica - ha concluso il presidente del Comitato scientifico di Fondazione Onda ETS - la salute mentale non è una comorbidità accessoria, ma parte integrante della malattia e del suo esito: per questo salute fisica e psicologica devono essere tutelate insieme, dalla prevenzione alla presa in carico”.
Anna Taverniti
(Foto di Malin K. su Unsplash)

