Più di 2 milioni di bambini e under 16 vivono in famiglie a rischio di povertà o di esclusione sociale: è il dato che riguarda il nostro Paese emerso dalla nuova Dashboard dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia, curato da Cesvi, l'organizzazione italiana che realizza progetti di aiuto umanitario, sicurezza alimentare e sviluppo sostenibile per proteggere le popolazioni più vulnerabili in contesti di emergenza, povertà, guerre e crisi climatiche, la quale ha realizzato il primo strumento digitale interattivo in Italia dedicato a questo tema.
Ciò che desta maggiore preoccupazione non è solo l’esposizione alla fragilità sociale, ma anche la persistenza delle disuguaglianze dei territori nella capacità di prevenire, intercettare e contrastare il maltrattamento all’infanzia, le cui forme più diffuse sono la patologia delle cure, la violenza assistita e il maltrattamento psicologico.
Analizzando i risultati dello studio, il dato nazionale, pari al 26,7%, mostra livelli più alti, arrivando al 43,6% nel Sud e nelle Isole, dimostrando quanto il territorio in cui si nasce e si cresce possa ancora condizionare la vita dei minorenni. Ed è proprio facendo riferimento ai territori che è possibile notare come la maglia nera tra tutte le regioni italiane, per fattori di rischio e per la disponibilità di servizi, sia ancora, dopo le sette edizioni dell'Indice, la Campania, alla quale si aggiungono la Calabria, la Sicilia e la Puglia, che hanno rappresentato il nucleo delle regioni con le maggiori criticità strutturali in tutte le rilevazioni effettuate. Sul versante opposto, invece, il gruppo stabile delle regioni che hanno mostrato le performance migliori, con capofila l'Emilia-Romagna in sei edizioni dell’Indice su sette (cedendo il primo posto al Trentino-Alto Adige solo nel 2021) seguita da Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Toscana, Liguria e Valle d’Aosta. Importante l’ascesa del Veneto, che proprio quest'anno ha raggiunto il secondo posto assoluto, migliorando progressivamente sia nei fattori di rischio sia nella dotazione di servizi. Servizi che, per ciò che riguarda quelli diretti al sostegno della genitorialità, hanno mostrato una ripresa dopo la contrazione che c'era stata nel periodo della pandemia, con un numero di utenti passato da 135.527 nel 2018 a 131.630 nel 2020, fino ai 144.627 nel 2022, livelli che però non sono riusciti ad assottigliare il divario territoriale che rimane molto ampio, con un Nord dove il servizio raggiunge 741 utenti ogni 100mila abitanti target, un Centro con 322,1 e solo 271 utenti nel Sud. Numeri che hanno subìto aumenti dopo il periodo del Covid anche per quanto concerne i servizi sociali professionali, passando da 725.440 utenti del 2018 ai 775.220 del 2022, con un incremento del 6,9%. Anche qui, però, si è trattato di miglioramenti che non hanno intaccato affatto le distanze tra territori, perpetrando la presenza di regioni con reti sociali più solide e servizi più strutturati, dove i miglioramenti sono stati più evidenti, e regioni dove i contesti sono segnati da fragilità economiche, minore disponibilità di servizi e debolezza del tessuto sociale, con condizioni di rischio più elevate.
Il confronto tra il prima e il dopo pandemia ha permesso anche di osservare l’impatto che la stessa ha avuto sulla capacità di protezione dell’infanzia. Le edizioni 2020 e 2021 dell’Indice, infatti, hanno registrato un peggioramento di diversi indicatori associati ai fattori di rischio, con evidenti effetti più pesanti nei territori che dimostravano già evidenti condizioni di fragilità, superati, ma in modo parziale e disomogeneo, dal 2024 in poi. Un dato particolarmente significativo in tal senso è quello relativo alle dimissioni ospedaliere per disturbi psichici tra minorenni, passato da 5,51 ogni 10mila abitanti nel 2019 a 8,1 nel 2023, con un aumento del 47%, elemento questo che conferma la crescita del disagio mentale tra bambini e adolescenti e la necessità di rafforzare reti di prevenzione, di ascolto e di presa in carico precoce. Una necessità che segue di pari passo di quella di far rientrare le disuguaglianze nella protezione dell'infanzia in Italia: differenze strutturali che non si possono correggere da sole, come affermato da Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi. “Con la Dashboard - ha affermato - mettiamo a disposizione di amministratori, ricercatori, decisori politici, operatori e giornalisti uno strumento che consente di verificare, confrontare e valutare l’evoluzione della capacità di ciascuna regione di proteggere i propri bambini. Non si tratta più di una fotografia isolata, ma di un film che mostra tendenze, arretramenti e progressi”. Per Piziali la prima lezione che arriva da questo studio è che dove si investe nei servizi territoriali i risultati arrivano, mentre laddove, al contrario, si disinveste si cronicizzano le disuguaglianze. Da qui, secondo il direttore di Cesvi, la necessità di politiche continuative di prevenzione al posto di interventi emergenziali. “Mettere in luce le differenze tra le regioni - ha concluso - non significa porle in competizione, ma comprendere meglio le diverse condizioni in cui crescono bambini e bambine. Conoscere le fragilità e le risorse dei territori aiuta a riconoscere i bisogni, definire le priorità e rafforzare le azioni di prevenzione”.
Anna Taverniti
(Foto di Timon Studler su Unsplash)

