Se Leon Battista Alberti nel suo trattato “De pictura” nel 1435 afferma che il fine dell’artista è quello di creare bellezza, basandosi sulla ricerca di un bello ideale, canonico, fondato sulla matematica, ispirandosi all’antichità, già sul finire del XV secolo questo modo di considerare la bellezza cambia passando dall’armonia della forma all’inquietudine della forma, tanto che Leonardo da Vinci arriva a sostenere che “Le bellezze con le bruttezze paiono più potenti l’una per l’altra”. Insieme a Albert Dürer Leonardo infatti negli ultimi decenni del Quattrocento manifesta un crescente interesse per la bruttezza e si impegna a deformare il naturale. Nascono così opere d’arte come la sua serie di teste che vanno dall’orribile al mostruoso affiancate da altrettanti opere costituite da volti dalla sublime bellezza. Le ragioni per cui in questo periodo cresce un interesse paradigmatico per il binomio “bello e brutto”, che si diffonde sempre di più nel corso del Cinquecento, è la percezione che la bellezza non può esistere senza la bruttezza, divenendo entrambe indissociabili, poiché l’una prende forma in rapporto all’altra. A questo inscindibile rapporto tra bellezza e bruttezza nel Rinascimento è dedicata la mostra “Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento”, allestita dal 10 luglio al 18 ottobre a Milano presso le Gallerie d’Italia, Museo di Intesa San Paolo.

