Una Pubblica amministrazione cambiata, soprattutto a causa degli obblighi derivanti dall'applicazione del Pnrr, che ha imposto di lavorare entro scadenze certe, per obiettivi misurabili e con la necessità di rendere conto dei risultati, con conseguenti modifiche sul modo di operare degli uffici, sia centrali sia locali. È questo lo scenario evidenziato dalla Relazione annuale sui servizi pubblici 2026 presentata dal Consiglio nazionale dell’Economia e del lavoro e indirizzata al Parlamento e al Governo. Un'elaborazione che ha voluto far conoscere lo stato di salute dei servizi pubblici italiani alla luce delle riforme e degli investimenti conseguenti alla messa a terra del Piano nazionale di ripresa e resilienza il cui metodo, malgrado abbia rappresentato un grande stress per la stessa Pa, ora “deve diventare il modo ordinario di amministrare e di governare” come dichiarato nel corso del suo intervento dal presidente del Cnel, Renato Brunetta, secondo il quale dopo aver costruito amministrazioni digitali “adesso servono amministrazioni connesse tra loro, perché il cittadino non debba fornire due volte un dato che un ufficio pubblico già possiede. Serve un’amministrazione che apprende, che ascolta cittadini e imprese e corregge i propri errori”.
Un metodo, quello imposto dal Pnrr, che si è contraddistinto, innanzitutto, per la misurabilità dei risultati delle misure adottate, e poi anche per l'accelerazione che si è registrata nella realizzazione dei concorsi pubblici, scesa da circa due anni a 180 giorni, grazie alla riforma del 2021 e al portale inPA. Cambiamenti che hanno interessato anche le regole di reclutamento del personale, innestate sulla cultura della performance e della valutazione, introdotta con la riforma del lavoro pubblico del 2009, con risultati visibili anche nei servizi. Attraverso investimenti localizzati nelle Regioni pari a circa 115 miliardi di euro, il Pnrr è riuscito a raggiungere traguardi importanti anche in altri comparti: più di 3 milioni di persone entrati nei percorsi delle politiche attive del lavoro; 3.525 nuovi autobus immessi nel trasporto pubblico locale; assistenza domiciliare a quasi un ultra 64enne su dieci. Progressi importanti che si scontrano, però, con una Pa che continua a viaggiare a due velocità, “con divari territoriali e sociali ancora aperti”, come sottolineato da Marcella Mallen, consigliera del Cnel e coordinatrice generale della relazione, secondo la quale per rendere strutturale il cambiamento è necessario ora consolidare i risultati raggiunti fino a questo punto.
Un lavoro fondamentale per verificare se da tali variazioni in positivo ne sia derivato un effettivo miglioramento della qualità delle amministrazioni e dei servizi. “Non basta misurare quanto la Pubblica amministrazione fa o quanto spende” ha sottolineato Mallen: “occorre valutare l’impatto concreto dei servizi sul benessere delle persone, delle comunità e delle imprese. È questo il salto culturale necessario: passare dalla rendicontazione formale alla responsabilità sostanziale, mettendo al centro i risultati e i cittadini, cercando di colmare i persistenti divari sociali e territoriali”. Tra questi quelli riguardanti il servizio sanitario: quasi una famiglia italiana su due (il 48%) dichiara di avere ancora difficoltà a raggiungere il pronto soccorso, quota che sale al 72,8% nei comuni fino a 2.000 abitanti, mentre il 9,9% dei residenti ha rinunciato a visite o esami specialistici, soprattutto per via delle liste d'attesa (6,8%) e per motivi economici (5,3%). Altri fronti aperti quelli relativi alla carenza di personale infermieristico, dei medici di medicina generale, con una riduzione del 17,3% rispetto a dieci anni prima, e delle Case di Comunità che risultano ancora mancanti di 297 strutture, pari al 22% dell'obiettivo per arrivare entro il 2030 a una ogni 50mila abitanti.
Anna Taverniti

