Venerdì 3 aprile 2026, ore 21:49

Il fallimento del calcio italiano

Sognando Sadio Mané

di Italo Cucci

Un giorno - più di vent’anni fa - Mauro Fabi mi ha mandato un libro curioso di un’affermata scrittrice senegalese, Fatou Diome. Titolo acchiappante scelto per l’edizione italiana - “Sognando Maldini” - l’originale era più drammatico, “Le Ventre de l'Atlantique”, al quale ho ripensato quando ho visto “Io capitano” - il film di Garrone - con la storia di Mamadou Kouassi, un migrante coraggioso.

Il libro è del 2003, mi fu mandato non per una recensione ma per un approfondimento...tecnico. Paolo Maldini voleva dire molto per noi italiani, in quei giorni, anche perché, reduce da quel Mondiale 2002 perduto malamente in Corea - amarcord l’arbitro Byron Moreno - aveva fatto intuire l’addio alla maglia azzurra. M’immaginai di perdere un eroe sportivo e militare insieme, uno con la maglia azzurra piena di medaglie come il petto di un generale sovietico (Paolo ha vinto tutto) e va in pensione. Sta per smobilitare. Beato Madickè, invece, che lo pone al centro della scena e lo nomina protagonista assoluto del mondo che l’affascina, il Calcio. Lui gioca con la maglia del Milan, la sua pelle è rossonera. Davvero un sogno.

La realtà? Chissenefrega, lasciatemi sognare. Ci sono anch’io, nel romanzo, con il mio sognante Senegal. Una volta, volando in Brasile, feci scalo a Dakar, doveva salire altra gente, ebbi il tempo per annusare il luogo e per concedermi un lusso: all’aeroporto uno mi avvicinò dicendo di conoscermi, mi aveva visto in tv. Con Biscardi. Mi era già successo a Kelibia, il porto di Tunisi, l’Aldissimo era famosissimo. Fui costretto a parlare di pallone ma non snobbai l’interlocutore, anzi, gli raccomandai di continuare a vedermi - se capita, gli dissi - per entrare nel gioco. Con questo spirito approfondii la favola di Madickè, virtualmente additandogli, orgoglioso, gli eroi dei futuri Mondiali che avremmo vinto.

Fatou/Salie non aveva scritto il libro per questo, diventandone protagonista, ma per spiegare a Madickè i meccanismi, i segreti e i pericoli di quella voglia matta di scoprire un mondo nuovo. Suggerimento d’Autore: “questa è una lucida visione dei mille risvolti dell'emigrazione nella società globalizzata, in primo piano le aspettative e gli squilibri vissuti da chi lascia una realtà povera di mezzi, ma ricca di umanità, per trovarsi immerso in un mondo che mortifica la dignità e infrange tutti i sogni”.

Non apprezzai il tono severo del racconto, la moralissima morale della favola. Odiavo l’incombente Politically Correct che snaturava il mio mestiere. Poi un giorno mi chiamò da Pescara Donato Di Campli, il manager di Verratti: “Direttore, ho una primizia per te che hai preso a cuore da anni la vicenda dei ragazzi africani che vengono a giocare in Italia. Ne ho uno qui ch’è appena sbarcato, sbarcato davvero da un barcone di migranti e adesso sta a Montepagano, a casa del parroco, ma me l’hanno segnalato, lui dice di esser bravo, un posto glielo trovo. Parla già un po’ d’italiano. Te lo passo..,”. “Ciao direttore, mi chiamo Mamadou Coulibaly e gioco a pallone…”. Un piccolo scoop - anche se un nero di più dice poco ai pallonari che fingono d’esser buoni e caritatevoli - ma per me una gioia. L’abbiamo sicuramente salvato da quei mercanti di bufale che trattano gli africani come quell’allenatore svizzero che nei Settanta cominciò a deportarli in Europa come schiavi. Li consideravo tali dai tempi dei primi viaggi nella Tripoli di Gheddafi, quando vedevo i ragazzini giocare a pallone vicino alla statua di Settimio Severo, ventesimo imperatore romano nato in Libia, a Leptis Magna, un mio luogo di sogno dove nell’82 portai anche Enzo Bearzot a vedere nel Campionato d’Africa i leoni indomabili del Camerun di N’Kono e Millà.

Mamadou di Thiès ha fatto Er Giro de Peppe, è stato dappertutto. Un onesto centrocampista per il Pescara, l’Udinese, il Carpi: qui l’ho lasciato, nel 2019, smettendola con quelle telefonate che non gli piacevano più, gli ricordavano il barcone. E proseguì da solo all’Entella di Chiavari, al Trapani (vivo a Pantelleria, andai a vederlo ma non dissi niente), alla Salernitana, alla Ternana, al Palermo, al Catanzaro, adesso è al Südtirol di Bolzano. Vi rendete conto? Se viene a saperlo Fatou Diome…

Ho ripensato a Mamadou la sera di Bosnia-Italia, quando Moise Kean - il ragazzo viola originario della Costa d’Avorio e nato a Vercelli - ha segnato un gol prezioso. Che però non è bastato. E per noi è finita. La Nazionale a quattro stelle è diventato un pensionato, una Senior Residence. Io seguo ormai con convinzione - non solo curiosità - le vicende di Kalidou Koulibaly, dal Napoli ai milioni sauditi dell’Al-Hilal; di Keita Baldé, Lazio, Inter e Monza; Khouma El Babacar, Fiorentina, Padova, Modena, Sassuolo, Lecce, adesso in Turchia.

Con l’aria che tira non mi stupirei se un ragazzino italiano, domani, giocando alla scuola calcio, sognasse di diventare Sadio Mané, un ‘92 senegalese attaccante dell’Al-Nassr, capitano del Senegal con cui ha vinto una Coppa d’Africa e fra pochi mesi si mostrerà al mondo.

 

( 3 aprile 2026 )

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