Per il periodo pasquale, e più precisamente dal 19 febbraio al 17 maggio, il Museo Diocesano di Milano Carlo Maria Martini, propone al suo pubblico la straordinaria Crocifissione di Hans Memling, capolavoro del Rinascimento fiammingo, avuto in prestito dal Museo Civico di Palazzo Chiericati di Vicenza. L’opera, che è posta al centro di un percorso di avvicinamento arricchito da approfondimenti sia storico artistici che spirituali, come è avvenuto negli ultimi due anni grazie alla collaborazione con Casa Testori, è posta in dialogo con i lavori di quattro giovani artisti contemporanei (Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn, Danilo Sciorilli), che ne hanno reinterpretato il tema. La Crocifissione di Memling si presenta non solo come un dipinto di grande valore contemplativo e meditativo, raffigurando il momento più doloroso delle celebrazioni pasquali con la morte di Cristo che precede la santa Pasqua, ma anche come un’opera di grande valore artistico, poiché espressione e sintesi dell’arte fiamminga quattrocentesca. La tavola presenta al centro Cristo Crocifisso che si staglia in mezzo ad un cielo azzurro, circondato sulla sinistra da San Giovanni Evangelista che sorregge la Vergine addolorata, e dalla Maddalena, inginocchiata ai piedi della croce, mentre dall’altro lato appaiono San Giovanni Battista, che regge un agnello (simbolo sacrificale) e San Bernardo di Chiaravalle, protettore del committente, l’abate Jan Crabbe, che appare nel dipinto inginocchiato in primo piano. Sullo sfondo separato dal cielo con una linea perfettamente orizzontale, appare un paesaggio fiabesco, reso con una meticolosità di particolari propria della pittura fiamminga, in cui si scorgono una città circondata da mura, con torri e campanili, un fiume, alberi e rocce. Impressionante è la resa dei colori, brillanti e smaltati, come l’abito blu della veste della vergine, realizzato con strati di azzurrite su cui è stato inserito un ultimo strato di lapislazzuli. Numerosi elementi, tra cui le lacrime della vergine, le nuvole nere che si avvicinano sopra la croce, il muto vento che muove il perizoma di Cristo, indicano che il momento rappresentato è proprio quello in cui Cristo, reclinando il capo, esala l’ultimo respiro prima della morte. I volti definiti nei contorni nitidi e taglienti, i drappeggi dei pannelli, mossi dall’alito di vento, rendono la scena viva e reale, proprio come accade nelle opere dei grandi pittori fiamminghi a cui Memling si ispira, quali Jan van Eyck e Roger van der Weyden, che avevano aperto un nuovo mondo alla pittura nordica, mentre in Italia imperava l’arte rinascimentale con Michelangelo, Brunelleschi, Masaccio, Piero della Francesca. Due realtà artistiche che sembravano prendere direzioni diametralmente opposte: l’una nell’analisi minima del dettaglio, l’altra invece nella sintesi massima dello spazio, ma che poi trovano nella luce la medesima risposta con modalità e tecniche diverse, alla ricerca di naturalezza, rubandosi, grazie alle connessioni economiche e sociali che avvenivano all’interno dell’Europa, il rispettivo segreto pittorico: da un lato i fiamminghi cercano di comprendere il segreto italiano della prospettiva, mentre gli italiani il meraviglioso segreto della resa pittorica lucida, nitida e perfetta. Pur nato in Germania, vicino a Francoforte intorno al 1436, Hans Memling è un pittore fiammingo a tutti gli effetti, in quanto vive, lavora e prospera a Bruges nella seconda metà del Quattrocento, nel momento in cui la pittura fiamminga ha raggiunto il suo massimo splendore. Compie i suoi studi probabilmente a Colonia ed entra a contatto con i modelli di van der Weyden prima di arrivare a Bruges nel 1465, aspirando anche lui come gli altri pittori fiamminghi al naturalismo, come si può notare anche nell’opera oggetto della mostra milanese. Opera che lo stesso aveva prodotta tra il 1467 e il 1470 e che giunge in Italia come singola tavola, dopo che, in un periodo non precisato, il trittico di cui era parte era stato segato e smembrato in cinque parti (non solo nelle tre parti ma anche nella parte frontale e nel retro). In seguito agli intensi scambi commerciali tra i mercanti italiani e il mondo fiammingo, arriva prima a Venezia per poi essere ceduta intorno al 1865 dai conti Folco, ultimi suoi proprietari, al neo nato museo civico di Vicenza, dove si trova ancora oggi, mentre due parti del trittico sono a New York alla Morgan Library e due parti sono a Bruges. Il trittico, ricostruito idealmente grazie ad una copia settecentesca, richiede a livello devozionale di essere guardato prima da chiuso e poi da aperto, posando lo sguardo prima sulle ante e poi al centro, invitando, poiché di piccole dimensioni e nato per un momento di preghiera personale, ad un avvicinamento molto lento, imposto anche dalla minuzia dei dettagli presenti, su cui si è invitati a soffermarsi: luce, paesaggio, volti, rughe, espressioni, lacrime, tutti elementi essenziali per la contemplazione. Lo stesso trittico sembra fosse stato prodotto da Memling per volere dell’abate cistercense, Jan Crabbe, per l’Abbazia delle Dune, in occasione dei suoi 15 anni di vita da abate e inserito all’interno di una serie di festeggiamenti e momenti di preghiera citati anche all’interno del quadro, che ci raccontano qualcosa di più rispetto alla spiritualità europea di quegli anni. Anni in cui l’Europa era interconnessa e viveva un periodo di relativa pace, garantendo scambi commerciali e viaggi tra un paese e l’altro con un’apertura verso l’esterno.
La mostra ha il suo nucleo principale in una sala dedicata alla contemplazione e preghiera di fronte all’opera di Memling, anticipata da due sale dedicate alla contestualizzazione dell’opera: la prima presenta la biografia dell’artista mentre la seconda è incentrata sull’opera, il cui trittico è addirittura riprodotto in scala 1:1 con la sua apertura di matrice fiamminga, che poi andrà ad influenzare anche il rinascimento italiano. Ulteriori 4 spazi ospitano le opere degli artisti invitati a confrontarsi con la Crocifissione di Memling, ognuno dei quali ha usato per realizzare il proprio lavoro tecniche diverse senza esitare iconograficamente ad avvicinarsi alla Crocifissione, citando in modo più o meno esplicito elementi presenti nella stessa, che il visitatore è invitato a trovare. Stefano Arienti, l’artista più maturo tra i quattro, è anche quello più navigato sul piano del rapporto con il sacro, con il quale si è spesso confrontato pur dichiarandosi agnostico. Per la prima volta tuttavia con l’opera “Crocifisso a punti oro”, presente in mostra, dialoga esplicitamente con il sacro attraverso una rappresentazione diretta del corpo di Cristo, rappresentato su un telo di uso edilizio, su cui per sottrazione ha inserito dei puntini di vernice dorata che formano la silhouette del corpo di Cristo, eliminando, come per reazione, tutti i dettagli dei fiamminghi, per sottolineare l’essenzialità del momento. Ad unire umano e divino è presente ai piedi del telo un teschio, realizzato con pittura a pongo su un poster di un’opera di Van Gogh del 1887, suggerito dalla Crocifissione di Memling, dove un teschio è posto ai piedi della Vergine come “memento mori”. Danilo Sciorilli, autore di origine abruzzese, il più giovane tra i presenti, con l’opera video “Il Cristo di stracci” inserisce la sua tecnica principale, che è costituita dall’illustrazione animata, all’interno di un’illustrazione video più ampia, dove riprende sua madre mentre stende dei panni in mezzo ai quali è collocato un drappo svolazzante su cui è raffigurato il Cristo crocifisso della tavola di Memling, ottenendo un lavoro di grande forza poetica. Matteo Fato, professore di tecniche incisorie a Urbino, ha creato con “ Sacrificio smontato” , una vera e propria installazioni in cui si vedono tutti i passaggi lenti che egli compie per avvicinarsi a Memling, come invito ad osservare l’opera stessa con lentezza avvicinandoci secondo le modalità della preghiera introspettiva praticata nel mondo fiammingo. A partire dalle incisioni, per arrivare al cavalletto costruito con le sue mani, per finire con due tele appoggiate ai piedi del cavalletto, anche loro frammenti al pari della tela con il braccio del crocifisso al centro dell’installazione. Un’opera espressione sacrificale rispetto alla sua pittura irruente e impulsiva. Infine Julia Krahn , artista e fotografa tedesca, con la sua opera “Non si Può dividere ciò che è uno” vuole rappresentare il dolore della Vergine, dettaglio importante nell’opera di Memling. L’opera è costituita da due scatti sovrapposti su due piani uno posto sopra l’altro. In alto uno scatto presenta tre sculture da lei realizzate in argilla bianca raffiguranti un volto, e due mani, simbolo di una figura femminile, appoggiate su un telo di lino blu scurissimo, mentre nello scatto più basso è rappresentato un fagotto, simbolo di un figlio in fasce o addirittura del sudario. Il titolo ci indica il dolore e la lacerazione di una madre separata dal proprio figlio proprio come a voler far rivivere il dolore della Vergine alla morte di Cristo. La cornice che divide i due scatti in realtà mostra l’indivisibilità del tutto, come dice il titolo dell’opera.
La mostra è infine arricchita da un video in cui i singoli dettagli della Crocifissione di Memling sono evidenziati e introducono il visitatore alla preghiera e alla lenta e pacata meditazione, come richiede il tempo della Quaresima, in attesa della Pasqua con la Resurrezione di Cristo.
Hans Memling, La Crocifissione, Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro, Milano-Museo Diocesano Carlo Maria Martini, 19 febbraio-17 Maggio 2026
Eliana Sormani

