Era un’altra Torino. Nel pieno degli anni Settanta, tra lotte operaie, terrorismo, nebbia, fabbriche e fumo. Si stava per accendere quel mutamento genetico e antropologico che avrebbe modificato per sempre il Dna della Torino ottocentesca e novecentesca, dopo il Risorgimento dei Savoia e la rivoluzione industriale con un’altra dinastia non nobile ma borghese come quella degli Agnelli.
Il gol di testa in tuffo di Paolino Pulici al Cesena; la commossa gioia del presidente Orfeo Pianelli; la composta soddisfazione dell’allenatore Gigi Radice, che avrebbe voluto vincere anche quell’ultima partita. Sono solo alcune delle iconiche immagini che tornano in mente oggi, a cinquant’anni di distanza dal 16 maggio 1976, giorno in cui il Torino vinse il suo settimo scudetto pareggiando 1-1 contro il Cesena, complice la contemporanea sconfitta della Juventus a Perugia. Un titolo vinto 27 anni dopo la tragedia di Superga, un omaggio agli Invincibili del Grande Torino, mai dimenticati dalla città.
Sulla panchina siede Gigi Radice, l'uomo giunto per innestare la modernità vertiginosa del calcio totale olandese sul fusto antico e ruvido del tremendismo torinese. Una squadra operaia ma con individualità eccezionali: i fratelli Sala, il poeta Claudio e il motorino Patrizio, la difesa con Giaguaro Castellini in porta e i difensori Salvadori, Caporale, Mozzini e poi i due metronomi Zaccarelli e Pecci e le punte Ciccio Graziani e Paolino Pulici. La rivale era la Juventus di Trapattoni che dal 1977 al 1986 avrebbe vinto tutto. Ma nel 1976 delapidò un vantaggio di cinque punti e sul traguardo lasciò spazio al vecchio cuore granata. Fu una festa senza eguali, la Juventus vinceva sempre, il Torino quasi mai, anche se nel derby primeggiava. Era un altro mondo, la città aveva ancora un milione di abitanti la Fiat sessantamila operai, quelli granata sarebbero entrati a Mirafiori con i vessilli granata ricordando gli invincibili e pensando per un giorno di essere loro i padroni del mondo, almeno quello del calcio.

