Martedì 24 marzo 2026, ore 12:20

Protagonisti del '900

Cento anni di Dario Fo

di ENZO VERRENGIA

L’escalation degli incidenti sul lavoro riporta d’attualità, se ce ne fosse bisogno, il primo impatto che il tragico computo delle morti bianche ebbe sulla gente. Non fu dovuto a indagini giudiziarie, reportage e giornalismo d’inchiesta. Lo si dovette invece a uno spettacolo televisivo.

L’irruzione di Dario Fo e Franca Rame nei palinsesti della RAI dei primordi, a Canzonissima, rappresentò un momento di frattura destinato a lasciare un segno indelebile in quello che Umberto Eco chiamò con il titolo di un suo celebre saggio Il costume di casa. Era il 1962 e il varietà del sabato sera costituiva uno degli appuntamenti più seguiti del Paese, una liturgia collettiva per milioni di spettatori, con un linguaggio televisivo ancora fortemente controllato e rassicurante. L’ingresso di Fo incrinò quell’equilibrio.

Fin dalle prime apparizioni, il suo stile si impose per una comicità che travalicava il puro intrattenimento. Fo stesso avrebbe poi ricordato: «La risata non è mai neutrale: o libera o addormenta». Nei suoi monologhi, il bersaglio non erano solo le strutture profonde della società italiana. Il punto di rottura arrivò con uno sketch dedicato ai morti sul lavoro, problema allora quasi assente nei media. Attraverso una narrazione grottesca, Fo denunciava le responsabilità padronali e l’indifferenza istituzionale, trasformando la satira in atto politico.

La reazione fu immediata e durissima. Ambienti industriali e settori politici esercitarono pressioni sulla RAI, ritenendo inaccettabile che un programma popolare desse spazio a contenuti così esplicitamente critici. Dopo poche puntate, Fo e Rame furono allontanati. L’episodio segnò uno dei casi più eclatanti di censura televisiva nell’Italia repubblicana. «Ci cacciarono perché avevamo detto la verità ridendo», commentò Fo con amara ironia.

La vicenda suscitò un acceso dibattito nel mondo intellettuale. Ennio Flaiano osservò con il suo consueto sarcasmo che la televisione italiana «teme più una battuta ben assestata che un discorso ufficiale», cogliendo il nervo scoperto di un sistema incapace di gestire la critica. Più articolata fu la posizione di Pier Paolo Pasolini, che pur non essendo sempre allineato con Fo, difese il valore di quell’intervento: «Portare il dolore reale dentro il varietà significa rompere un incantesimo», scrisse, sottolineando come la televisione avesse perso un’occasione per maturare.

Si fece sentire anche Alberto Arbasino, evidenziando la contraddizione di un mezzo che ambiva a essere nuovo ma restava ancorato al conservatorismo più retrivo: si pensi alle calzamaglie nere per coprire lo splendore statuario delle gambe delle gemelle Kessler. Secondo lo scrittore del Gruppo 63, il caso Fo dimostrava che «la modernità italiana è spesso solo di facciata», incapace di accettare fino in fondo le implicazioni di una cultura critica. Non mancavano, tuttavia, voci contrarie. Alcuni commentatori ritenevano che Fo avesse “forzato” il contesto, introducendo temi inadatti a un programma leggero.

Se però da un lato la RAI riaffermò un rigido controllo sui contenuti, dall’altro contribuì involontariamente a rafforzare la figura di Fo come artista scomodo e indipendente. Insieme a Franca Rame, intensificò l’attività teatrale, portando nelle piazze e nei teatri spettacoli sempre più esplicitamente politici. Il pubblico televisivo lo seguì, trasformando quella esclusione in un momento di rilancio. «Ci tolsero il video, ma ci regalarono la strada», avrebbe affermato anni dopo.

Alcune repliche degli sketch incriminati circolarono informalmente, alimentando una sorta di mito attorno alla “puntata proibita”. Inoltre, il caso contribuì a sensibilizzare una parte dell’opinione pubblica sul tema degli incidenti sul lavoro.

Il percorso di Dario Fo culminò con il Premio Nobel per la letteratura nel 1997. Era più che un riconoscimento meritato. Di sicuro l’accademia svedese non aveva colpe delle traversie censorie subite dall’attore e autore, ma quel premio rappresentava la massima ammenda di un vertice sociopolitico a suo tempo gravido di retaggi ipocriti e perbenisti. Dario Fo esordì nella televisione di Ettore Bernabei, che ebbe il merito di orientare il nuovo mezzo d’intrattenimento verso l’edificazione morale, sociale e culturale di una nazione distrutta dal fascismo, a rischio di plagio da parte della colonizzazione americana. Eppure l’esilio di Fo non fu in realtà un intervento “lenitivo” che preveniva l’attuale isteria mediatica, bensì un atto di forza del potere.

A distanza di decenni, l’affaire di Canzonissima non solo segnò una tappa fondamentale nella carriera di Fo, destinato a diventare una figura di rilievo internazionale, ma mise anche in luce i limiti strutturali del sistema televisivo dell’epoca. La vicenda rispecchiava un Paese in via di trasformazione, sospeso tra voglia di modernità e timore del conflitto.

La lezione che ne deriva resta attuale: la satira, quando è autentica, tende inevitabilmente a superare i confini del consentito. E proprio per questo continua a rappresentare uno degli strumenti più incisivi per interrogare la realtà.

 

( 24 marzo 2026 )

Protagonisti del '900

Cento anni di Dario Fo

L’irruzione di Dario Fo e Franca Rame nei palinsesti della RAI dei primordi, a Canzonissima, rappresentò un momento di frattura destinato a lasciare un segno indelebile. Il punto di rottura arrivò con uno sketch dedicato ai morti sul lavoro, problema allora quasi assente nei media

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