La luce è il tratto distintivo di due tra i più importanti pittori veneziani del Settecento, capaci di far risuonare il loro genio nelle corti barocche d’Europa. Giovanni Antonio Pellegrini (Venezia 1675-1741) e Giovanni Battista Tiepolo (Venezia 1696Madrid 1770) sono i protagonisti della mostra dossier “Tie polo e Pellegrini. La luce nella pittura veneziana del Settecento” ospitata fino al 6 aprile da Casa Museo Zani di Cellatica (Brescia): una sede che, oltre ad una collezione straordinaria di sculture, arredi e opere d’arte applicata barocchi e rococò, vanta un vero e proprio nucleo di pittura veneziana del Settecento.
Esposte tre grandi tele: i due ovali dipinti da Giovanni Antonio Pellegrini intorno al 1724, raffiguranti Elia e l’Angelo e Davide riceve i pani da Achimelech, provenienti dalla Cappella del Santissimo Sacramento nella chiesa bresciana di Sant’Agata, e Il giudizio finale di Giambattista Tiepolo, opera dipinta negli anni quaranta del Settecento, proveniente dalla collezione Intesa Sanpaolo a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza.
Gli ovali di Pellegrini possono essere ammirati nella pienezza della loro potenza compositiva e, soprattutto, cromatica. Nelle due opere emerge con forza la natura della pittura del Pellegrini, formatosi tra la Venezia di Sebastiano Ricci e la Roma del Baciccia e di Luca Giordano, contraddistinta da pennellate leggere, vibranti di effetti luminosi e spesso impalpabili che ebbero una decisiva influenza anche sullo stile di sua cognata, la pittrice Rosalba Carriera, e su molti pittori inglesi e francesi del Settecento. Giunte a Brescia verso il terzo decennio del Settecento per impreziosire la chiesa di Sant’Agata, le due opere di Pellegrini rimangono l’unica commissione accertata in territorio nostrano al maestro e si pongono in netto contrasto con la Pala della cappella del Santissimo Sacramento, ove sono tutt’oggi conservati, eseguita dal veronese Antonio Balestra, improntata ad un severo classicismo, qui del tutto disatteso dalle cromie e dalle luci sfolgoranti, che solo il recente restauro ha potuto appieno restituire. I temi dei due ovali sono tratti dall’Antico Testamento e costituiscono prefigurazioni del sacrificio eucaristico cristologico: Elia infatti viene sfamato nel deserto dall’angelo che gli reca una pagnotta, mentre nell’altro ovale, in alcuni casi interpretato erroneamente come l’in contro tra Abramo e il sacerdote Melchisedek, è il re Davide che riceve da Achimelech due pagnotte consacrate. Ultimo grande rappresentante della decorazione monumentale in Europa, Giambattista Tiepolo è l’altro grande protagonista della mostra.
La tela con il Giudizio finale unitadi mente a quella raffigurante Bacco e Arianna di Collezione Zani, contribuisce a celebrare l’iter creativo del pittore. Si tratta infatti di due straordinari esempi di bozzetti preparatori su tela, ideati per altrettanti cicli di affreschi oggi perduti o mai realizzati. Tele di piccole e grandi dimensioni che il pittore dipingeva per immaginare i grandi soffitti che avrebbe poi affrescato nei palazzi di Venezia, Milano, Würzburg e, infine, a Madrid. Tiepolo è certamente uno dei pittori più amati della sua epoca, celebrato in vita e poi riconosciuto quale artista di primissimo livello anche dalla critica moderna, a partire dagli scritti di Bernard Berenson (1894) che, in netta contrapposizione al parere di Roberto Longhi, gli riconobbe una forza che nessun altro pittore veneziano aveva ai suoi giorni: “... A volte sembra l’ul timo dei grandi vecchi maestri, a volte il primo dei nuovi”.
Cronologicamente riconducibile alla metà del quarto decennio del XVIII secolo (1747 circa), la tela con il Giudizio finale è un’opera della maturità in cui si percepisce una capacità ancora superiore da parte di Tiepolo di impaginare la scena in modo teatrale, con una resa vorticosa del cielo e delle nubi che sembrano inghiottire la schiera di angeli, suddivisi in diverse categorie: quelli musicanti, accompagnati dalle trombe del giudizio, e quelli recanti i segni della passione: la croce, la scala, i chiodi, la corona di spine e l’asta con la spugna dell’a ceto. Nell’individuazione delle due distinte sfere, divina e umana, la luce assume un ruolo importante che si traduce nella scelta di toni luminosi e chiari per la parte superiore del cielo, più scuri con tendenze al nero nel margine inferiore dove demoni e serpenti sono raffigurati tra le fiamme dell’inferno.
Qui, un uomo viene trascinato per i capelli da una strana creatura di spalle, mentre una donna è straziata dal pianto; a fianco, dalle tombe che richiamano il giorno del Giudizio Universale si levano scheletri e ossa a ricordare la speranza della vita eterna.
L’opera raffigurante Bacco e Arianna, è inserita in una straordinaria cornice veneziana del XVIII secolo, e celebra il mito di Bacco che, in occasione delle nozze, fece dono ad Arianna di una corona d’oro, poi lanciata in cielo e trasformata in costellazione, la Corona Boreale. Bacco rese così Arianna immortale, come viene narrato da Ovidio nelle Metamorfosi e nell’Ars Amatoria. Considerato l’ar dito scorcio prospettico e la rapidità di esecuzione, questa tela è da sempre ritenuta proprio un bozzetto preparatorio per un affresco da soffitto non identificato o mai realizzato.

