Tutte le grandi tensioni spirituali del Novecento hanno trovato nell'Arte la loro espressione più alta e coraggiosa. Il mito della velocità e il progresso, la guerra, la crisi dell'identità, la solitudine, il corpo, il tempo, la memoria, il desiderio: ogni inquietudine del secolo breve è passata attraverso lo sguardo degli artisti, trasformando tele e sculture in una straordinaria autobiografia deN'uomo contemporaneo. È da questa consapevolezza che nasce 'Novecento italiano. Opere dalla Collezione Generali', la mostra ospitata a Palazzo Bonaparte fino al 23 agosto, realizzata in partnership con Arthemisia e curata da Costantino D'Orazio, da pochi giorni nominato Direttore Generale del Ministero della Cultura per le Arti Contemporanee. Cinquanta capolavori raccontano non soltanto l'evoluzione dell'arte italiana che fa incursione in una nuova epoca, ma le aspirazioni, le paure e i profondi mutamenti di un Paese alle prese con l'avvento della modernità. «Ogni collezione racconta una storia. Non soltanto quella delle opere che custodisce, ma anche quella dello sguardo che le ha riunite», osserva Costantino D'Orazio.
Ed è proprio questo il filo narrativo sotteso all'esposizione: non una semplice successione di capolavori, ma il comporsi di una trama di relazioni che emerge dalle opere esposte capace di mettere in dialogo Futurismo, Metafisica, Realismo Magico e Scuola Romana, restituendo il ritratto di un secolo che all'arte ha chiesto salvezza. Da qui prende forma un percorso espositivo articolato in cinque sezioni, dedicate alle grandi domande esistenziali del Novecento. Le avanguardie aprono un racconto visionario: la prima grande opera che accoglie il visitatore è Due amiche di Boccioni che ora lontano dall'irruenza del linguaggio futurista rivela una nuova tensione verso un'idea di modernità inattesa e una riflessione più intima sulla vita e sulla figura. Giorgio de Chirico è presente con II centauro morente, Piazza San Marco e l'Autoritratto, trascinando il visitatore in quella dimensione sospesa dove mito e metafisica si intrecciano, mentre Gino Severini e Alberto Savinio, con opere come Nature morte e La Chute des Anges, proseguono il dialogo tra memoria classica e inquietudine contemporanea. Accompagnati dalle citazioni letterarie che scorrono sulle pareti, in un raffinato en pendant con il pensiero custodito nelle opere, ci inoltriamo nella sezione dedicata al paesaggio, dove il Novecento racconta non una semplice veduta, ma il modo in cui l'uomo ha abitato, interpretato e interiorizzato il mondo naturale. Il paesaggio smette presto di essere una semplice veduta per trasformarsi in geografia deN'anima. Le campagne di Giovanni Fattori, le marine liriche di Filippo de Pisis, le periferie severe di Mario Sironi e gli spazi enigmatici di de Chirico raccontano una natura che riflette la memoria, la storia e l'identità di un'intera nazione. Assai significativo rilevare che la mostra scelga di documentare il protagonismo della figura umana che rivendica dentro la Storia il suo posto nel mondo e, in particolare, di quella femminile, quasi ad anticipare la centralità della forza assunta ed esibita dalla donna in un tempo ormai pronto a promettere conquista dei diritti e ruolo: con La signora Ducrey Ubaldo Oppi raggiunge uno dei vertici del Realismo Magico: il ritratto non descrive soltanto un volto, ma costruisce un'atmosfera di silenzio, eleganza e misteriosa immobilità. Alla stessa meditazione sul tempo appartiene La vecchia di Felice Casorati, dove il trascorrere degli anni diventa riflessione sulla dignità dell'esistenza. Ne La sposa di Antonio Donghi, la figura si fa simbolo, simulacro di una femminilità composta, solenne e quasi sacrale, nella quale la quotidianità assume il valore di un rito senza tempo. L'ultima sezione torna sul corpo umano, osservato come luogo di desiderio, fragilità, memoria e trasformazione.
Le figure arcaiche di Massimo Campigli, le tensioni espressive di Fausto Pirandello e gli artisti della Scuola Romana raccontano un secolo che ha interrogato incessantemente la condizione umana, affidando al corpo il compito di esprimere ciò che le parole non volevano o riuscivano più a dire. Accanto ai dipinti trovano spazio anche i celebri manifesti delle Assicurazioni Generali firmati da Marcello Dudovich, Achille Beltrame e Gino Boccasile, insieme a una raffinata selezione di foulard d'artista: testimonianza di come nel Novecento la grande arte abbia saputo dialogare con la comunicazione, il design e la vita quotidiana, uscendo dai musei per entrare nell'immaginario collettivo. A suggellare il percorso, come una vera guest star che attende i visitatori in un'altra sala è Le tre età della donna di Gustav Klimt, eccezionalmente concessa in prestito dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea. È il vero capolavoro-gioiello della mostra. Su uno sfondo notturno, illuminato da pennellate di platino emerse dopo i nuovi esami diagnostici effettuati a Perugia, da preziosi motivi ornamentali e da una costellazione di cellule, cerchi e forme generative, il pittore viennese affida a tre figure femminili la rappresentazione del destino di ogni vita.
La giovane madre, che stringe a sé la bambina, è senza piedi, ignara del futuro che l'attende; ben saldi sono invece i piedi della vecchiaia, curva su se stessa, perché soltanto chi ha attraversato il tempo conosce il peso e il senso dell'esistenza. L'oro, gli ornamenti e la ricchezza decorativa non attenuano il dramma: la bellezza è caduca, non ha potere sul tempo che inesorabilmente scorre e accompagna ogni vita aN'ultimo passo. Non è un caso che il capolavoro di Klimt con il suo prestigio chiuda il percorso espositivo.
In quelle tre figure femminili si ricompongono infatti tutte le tensioni spirituali e filosofiche che attraversano la mostra: il tempo, il corpo, la memoria, la trasformazione, il mistero dell'esistenza. È la sintesi ideale del Novecento, la riflessione universale alla quale sembrano tendere, ciascuna con il proprio linguaggio, tutte le opere esposte.

