Non delude l’ultima opera di Lodoli, che con la sua inconfondibile maestria letteraria, trascina il lettore nel vortice di un viaggio frenetico e perturbante in cui accade di tutto. Una giornata che sembra non finire mai, che sembra durare ben oltre le 24 ore, che si dilata in un tempo infinito e in uno spazio indefinito.
Il giorno della laurea, il giorno tanto atteso soprattutto dai genitori, che hanno fatto grandi sacrifici per consentire al figlio di portare a termine gli studi; l’abito elegante, la camicia stirata, il nodo alla cravatta che nonostante i suoi 30 anni non ha ancora imparato a fare da solo; una piccola festa organizzata a casa per i parenti, una piramide di tramezzini, le patatine sbriciolate, il lusso dello champagne che non possono permettersi, l’attesa del ritorno dopo la discussione della tesi per stappare insieme quella bottiglia. Scipione apre gli occhi: la sagoma di un uomo impiccato al lampadario della sua stanza ondeggia inquietante nella penombra del mattino. Un presagio di morte? Il sintomo che questa giornata sarà diversa dalle altre… La madre entra in camera e, con la stessa normalità tranquilla con cui rifà il letto ogni mattina, slega il cadavere dal lampadario, scosta il lenzuolo e dice che è tardi, bisogna alzarsi, all’Univer sità stanno aspettando. Scipione si veste svogliatamente, esce di casa, mentre scioglie la catena del motorino vede lei, Cecilia, la ragazza che spesso sbircia furtivamente dalla finestra di fronte. Non si conoscono, non si sono mai parlati… ma basta uno sguardo per capirsi e già volersi bene. Comincia così, senza senso e senza preavviso, il loro viaggio lungo un giorno, su un motorino sgangherato lungo le strade di Roma. Prima tappa: la facoltà di Filosofia, dove li attende la prima funesta sorpresa. Scipione non è inserito nella lista dei candidati a discutere la tesi, non è che un’ombra che si aggira tra quelle aule, non ha sostenuto neanche un esame, figuriamoci se può laurearsi! La Commissione lo congeda in malo modo e a Scipione non resta che incassare la dura verità. Cecilia gli chiede spiegazioni, ma Scipione non sa che dire, se non che gli è sempre mancato il coraggio di presentarsi agli esami, di vivere una vita universitaria normale, di essere normale, uno come tanti, come lo sono tutti. E così non è mai riuscito a combinare nulla di buono, perché gli è sempre mancato il coraggio. E allora l’unico spiraglio di salvezza è rifugiarsi nel Regno, in quel luogo di nessuno dove c’è un Luna Park abbandonato e si può giocare a fare finta, a provare a non esistere davvero. A Scipione questo resta: inventare mondi, inventare storie, per combattere una solitudine che lo opprime e non lo lascia vivere la vita reale, ma una vita parallela fatta di quei sogni e di quelle illusioni che mai si realizzeranno. Solo in questa dimensione è possibile fare giustizia: così l’usuraio e il suo scagnozzo hanno la punizione che meritano, i genitori si godono la loro festa, cercando di allontanare la mestizia che vive perenne in quella casa, Scipione brinda al suo successo con la corona di alloro in testa e un lavoro al Ministero che già lo aspetta. Basta un giorno soltanto per vivere una vita intera? Per trasformarsi in assassino, marito, padre, e poi di nuovo un bravo figlio che fa il suo dovere?
I personaggi di Lodoli ricalcano quella miseria umana che sta sotto gli occhi di tutti, ma che tanti preferiscono non guardare; ma anche se non la guardi, ti trafigge il cuore, lasciandoti dentro un vuoto che non si colma, per cui non c’è rimedio. La vita in borgata, nella periferia, tra usura e povertà, spesso non consente nessun riscatto e il vuoto incolmabile è proprio questo: la giustizia che mai si compie, lasciando uno strascico di amarezza e rassegnazione al proprio destino.

