Martedì 1 settembre 2026, ore 13:18

Arte

Il mese degli Astri

di STELLA FANELLI

Ha la forma di una stella, come se, caduta nei prati, avesse conservato nei petali il colore del cielo a cui apparteneva. È forse questa la prima immagine che viene alla mente osservando un astro: una piccola figura celeste ‘precipitata’ sulla terra, con la corolla aperta a raggiera intorno al suo centro. Il piccolo fiore che alla fine dell’estate accende i prati di azzurro, di viola, di bianco con quella sua geometria suggerì a Linneo nel 1753 il nome con cui lo avrebbe consegnato alla botanica, noi lo chiamiamo invece come il suo mese ‘settembrino’, arrivando quando l’estate comincia lentamente a congedarsi e molte delle fioriture hanno già esaurito il loro splendore.

Monet nel 1880 li raccoglie in un vaso decorato di blu e di bianco e li dispone in una massa fittissima, dove il bianco dei petali si mescola alle tonalità del blu, del lilla e del viola: libera dalla nitidezza, ogni corolla perde i suoi contorni e diventa pennellata, vibrazione, luce. Le foglie verdi affiorano dalla massa, il fondo scuro fa risplendere il bouquet e il vaso sembra quasi scomparire sotto quella profusione. È la pittura a impossessarsi del fiore, trasformandolo da oggetto da osservare in pura materia cromatica luminosa. L’opera nasconde tuttavia una storia dolorosa. Il pittore dipinge Asters, in una stagione particolare della sua vita. Proprio nel settembre dell’anno prima aveva perduto nella casa di Vetheuil Camille, la moglie, la compagna amatissima degli anni più difficili, solitari, dei paesaggi vissuti e dipinti insieme. La sua morte aveva lasciato un’assenza che la pittura non poteva colmare.

Non è necessario, né forse possibile, leggere negli astri un’allegoria del lutto; e tuttavia è difficile non avvertire una consonanza fra quei fiori tardivi e il momento attraversato dal pittore. Gli astri sono infatti fiori i che conoscono la misura del tempo. Arrivano quando la stagione è già sulla soglia della fine e sembrano fiorire proprio contro quella fine. In questo hanno qualcosa di profondamente umano: non appartengono alla promessa della primavera né all’esplosione dell’estate, ma a quella zona più sottile in cui la bellezza coincide con la sua stessa rivelazione di precarietà. Forse è questo messaggio che Monet riesce a cogliere e a porgere. Non il fiore che semplicemente fiorisce, ma il fiore che fiorisce ancora, un’ultima luce, ancora accesa. La pittura lo sottrae per un istante al suo destino naturale: appassire, perdere i petali, scomparire dentro la stagione più felice. E così gli Asters diventano davvero ciò che il loro nome suggerisce: una piccola costellazione terrestre, una manciata di stelle raccolte in un vaso mentre fuori l’estate lentamente si allontana perché giunga l’autunno. Gli astri o settembrini sono fiori che conoscono la durata, le regole del tempo: fioriscono quando la stagione è già sul limite, quando la luce comincia ad accorciarsi e l’estate lentamente ma inesorabilmente scivola nel ricordo lasciando settembre nella sua fragilità e non è un caso che Monet collochi il vaso quasi all’estremità di un tavolo facendo così partecipare il bouquet di astri a quella stessa precarietà.

( 1 settembre 2026 )

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Monet nel 1880 li raccoglie in un vaso decorato di blu e di bianco e li dispone in una massa fittissima, dove il bianco dei petali si mescola alle tonalità del blu, del lilla e del viola

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