Aprire le porte della notte” è il titolo della più grande mostra antologica mai realizzata in Italia e allestita dal 9 ottobre 2026 al 24 gennaio 2027, a Milano a Palazzo Reale, per farci conoscere in profondità la produzione artistica di Francis Picabia. Un titolo ripreso da una citazione del verso di Victor Hugo, «Signore! Aprimi le porte della notte» e che richiama la notte come metafora della ricerca artistica e dell’intensificazione dell’e sistenza, tema che ricorre nella produzione dell’arti sta. Un allestimento che riesce plasticamente a rendere evidente come Picabia abbia attraversato linguaggi e movimenti che hanno caratterizzato la storia della cultura del Novecento, dall’Impressionismo al Fauvismo, dal Dadaismo al Cubismo, dall’astrazione fino alla figurazione, senza aver specificamente mai aderito a nessun di essi, ma presentando nelle sue opere una sorta di somma degli stessi e facendo “dell’incoe renza stilistica la sua vera poetica”. Ragione questa che ne ha tardato in parte il successo.
Secondo Picabia in fondo una vera avanguardia non consisteva tanto all’appartenenza ad un movimento ma nell’aver la capacità di mettere continuamente in discussione il concetto di arte stessa. Una svolta importante in Italia in rapporto al suo successo si ha nel 1974 con una mostra alla GAM di Torino, da cui inizia ad emergere la sua straordinaria capacità di anticipare i tempi giacché tutta la sua opera prefigura la libertà artistica che oggi per noi è assolutamente evidente, mentre quarant’anni fa non lo era assolutamente, contribuendo a trasformare l’idea stessa dell’artista. La mostra milanese nasce con il sostegno non solo di Palazzo Reale e di MADEINART ma anche della famiglia di Picabia, grazie alla curatela della pronipote Anne Berest Picabia, che si è occupata dell’allesti mento mettendo a disposizione documenti, opere inedite, fotografie e racconti, da cui emerge la poliedricità e l’eclettismo dell’artista, personaggio caleidoscopico, dalle mille sfaccettature, non abbastanza conosciuto. L’allestimento, costituito da circa 150 opere, avute in prestito da oltre 15 musei e gallerie private e pubbliche, non ha un’impostazione cronologica o filologica, ma segue una struttura tematica, indirizzata a far capire non solo l’artista ma anche l’uomo, perché in Picabia il confine tra l’arte è la vita è sempre molto labile. Nato a Parigi nel 1879, da padre di origine spagnola ma vissuto a Cuba e da madre francese, Francis Picabia, viene cresciuto dal padre, dal nonno e dallo zio, avendo perso improvvisamente la madre alla sola età di sette anni. Una perdita questa che lo segnerà per tutta la vita, rendendolo una persona fragile e spesso depressa, dal carattere oscillante tra l’esaltazione e la malinconia.
Pur essendo una figura centrale delle avanguardie parigine, egli rivendicherà per tutta la vita una sorta di identità spagnola, presente in lui nell’intensità emotiva, nel gusto per l’eccesso e in un’istintiva libertà. Una fascinazione per la Spagna (a cui è dedicata la seconda sezione della mostra “Notti spagnole”), a cui si avvicina durante i primi viaggi a Siviglia, con i cui costumi e tradizioni farà i conti per tutta la sua esistenza, accentuando il suo interesse verso il ballo, i travestimenti, le maschere e le contraddizioni. Dopo gli studi all’Ecole des arts decoratifs conosce un successo precoce come pittore impressionista, tanto che nel 1907 i suoi paesaggi esposti presso le Galerie Hussmann, seducono in pochissimo tempo il mondo parigino. Egli rifiuta tuttavia l’idea di una ripetitività e fedeltà stilistica, e, come accadrà ogni qualvolta che vivrà l’apo teosi del successo, abbandonerà il genere praticato, alla ricerca di nuove sperimentazioni, anche a costo di profonde crisi creative. Si avvicinerà così al cubismo senza tuttavia interpretare a lungo il suo linguaggio, attratto improvvisamente dal dinamismo e dalla velocità che caratterizza il mondo moderno, di cui presto New York diviene per lui il simbolo. Visitata la città americana nel 1913 rimane affascinato dai suoi ritmi, dalle macchine, dalle sue architetture verticali come anche dal nascente Jazz, che alimenta la sua concezione della pittura come improvvisazione e vibrazione. Il legame con la musica era già presente in lui grazie all’a zione della moglie Gabriele Buffet che si era formata alla scuola Cantorum ed era vicina alle ricerche musicali contemporanee.
Sarà proprio lei, nel 1917, ad annunciare sulla rivista 391, la nascita del Dada, di cui Picabia è insieme a Duchamp e a Tristan Tzara uno dei principali esponenti, con i suoi insulti, i suoi aforismi e i suoi “ritratti meccanici”, pur continuando a nascondere dietro le sue ironiche rappresentazioni un’inquietudine esistenziale. Nel 1927 nella sua produzione compaiono anche i quadri detti Trasparences, con le loro figure mitologiche , sagome rinascimentali, e volti fluttuanti, tra sogno e memoria, di cui in mostra ne sono presenti diversi esempi. E’ un periodo questo che coincide anche con le sovrapposizioni amorose, in un gioco di specchi tra vita e arte. In particolare nel periodo Dada sviluppa un’estetica della provocazione e dell’ironia, in cui la sessualità viene affrontata in chiave meccanica e dissacrante (sala 5 “Parata amorosa”) Le relazioni con le donne, che per Picabia sono muse, compagne, ispiratrici, figure di desiderio e superfici di proiezioni fantastiche, sono un altro aspetto costante nella vita dell’artista e che in mostra attraversa le diverse sale: Gabriele Buffet, Germaine Everling, Olga Mohler, e le numerose amanti che attraversano l’intera sua produzione artistica con il loro erotismo e ambivalenza, animano le numerose feste, diventando nelle ore più profonde della notte presenze inquietanti, figure degne delle Erinni (come si vede nella sezione della mostra dedicata a “mostri e incubi”, sala 8). L’interesse di Picabia per le figure chimeriche attraversa in fondo tutta la sua produzione mostrando l’altro volto della notte, quello della paura e dell’angoscia, in cui il riso convive con l’inquietudine. La sua esistenza tuttavia cambia radicalmente quando, nel 1940 durante l’occupazione, Picabia si trasferisce in Costa Azzurra: le auto di lusso, lo yacht, il suo stile di vita sfarzoso lasciano il posto all’isolamento, alla salute precaria, ad un modesto appartamento e ad una bicicletta . Pur rimanendo intensa la sua produzione, sviluppando una pittura figurativa erotica (come si può osservare nella quinta sezione della mostra), si vede costretto a fare i conti con i mercanti per poter sopravvivere. Dopo la guerra torna a Parigi con Olga e a 65 anni cambia ancora stile, abbandonando il realismo degli anni di guerra per una produzione astratta, libera e sperimen-tale, mentre riprende a scrivere e pubblicare testi. Spinto dal successo ottenuto dopo una grande retrospettiva organizzata in suo onore a Parigi dalla Galleria Renè Drouin, nel 1949, realizza i celebri Points (Punti), (in mostra è presente l’opera Symbole) tele minimaliste composte da reticoli di punti e segni fluttuanti. Continuerà fino al 1953, anno della sua morte a reinventarsi con una libertà sconcertante divenendo per le giovani generazioni precursore assoluto di modernità.
Ma Picabia non è solo un pittore, egli è anche anche filosofo, un poeta, e si trasforma in ironico medico per gli amici, lui che era ipocondriaco e frequentava molti medici (di cui ci sono arrivati i ritratti), consigliava a tutti come medicina almeno due feste la settimana, come è spiegato nella sesta sezione della mostra “Feb bri notturne”. La mostra, nella sua allegra e nello stesso tempo malinconica atmosfera, proprio come era l’anima dell’artista, si presenta come una narrazione visiva capace di emozionare il visitatore coinvolgendolo nel clima di una festa notturna con una serie di trovate ironiche come lo stesso Picabia avrebbe voluto.
Un’attenzione particolare è stata data alla grafica che per l’ar tista era molto importante, essendo lui stesso uno scrittore e alle luci che assumono un ruolo fondamentale in quanto il percorso, immaginato come una notte da trascorrere con Picabia. Ognuna delle undici sale in cui è distribuito l’allestimento è dedicata ad un’ora particolare della notte, “perché così come la vita non è il contrario della morte, la notte non è il contrario del giorno e può essere vissuta in tanti modi diversi”. Picabia non dormiva praticamente mai, lavorava, viaggiava, studiava, faceva festa, in quanto si esprimeva soprattutto durante l’orario notturno, e le ore della notte caratterizzate ognuna da una luce diversa raccontano quello che è il moto interiore di Picabia. Quasi tutta la mostra si presenta dunque al buio con una variazione dei toni scuri a seconda dei vari orari della notte a cui si fa riferimento, fino ad arrivare al giorno, con un’esplosione di luce, di vitalità e creatività, proprio come era l’e sistenza dell’artista. Un’atten zione particolare nel percorso è data agli incontri di Picabia con pittori, musicisti, artisti, suoi compagni di viaggio, come Aragon, Picasso, Breton, Apollinaire o Duchamp con il quale l’amicizia era così profonda da essere definito il loro rapporto come “un curioso matrimonio”. Egli dipinge i suoi amici, li osserva, li trasforma, mostra come li vede, li deforma e li rivela, per lui la pittura diviene una rivelazione di se stesso, una continua metamorfosi. Una continua trasformazione come si rivela essere tutta la sua esistenza: Picabia ha attraversato profonde depressioni, ha celebrato la notte, ma ha anche cercato le luci del mattino, i colori della rugiada, i paesaggi solari. Per tutta la vita non ha mai smesso di reclamare la sua parte di felicità, facendo della pittura uno dei luoghi in cui conquistarla, ragione per cui la mostra si conclude con due opere prodotte dall’artista a 53 anni di distanza: il primo realizzato a 19 anni, rappresentante una campagna francese illuminata dalle luci dell’alba e il secondo appartenente alle ultime produzioni astratte, quando lui sessantottenne dichiara di vivere una stagione di rinascita. L’opera mostra un puntino luminoso che emerge su uno sfondo scuro evocativo di una luce nella notte. Un confronto che sintetizza l’intero percorso artistico e pittorico di Picabia, caratterizzato dalla continua ricerca di rinnovamento, carattere che lo ha reso uno dei più significativi esponenti dell’arte del Novecento.

