Lunedì 1 giugno 2026, ore 19:02

Dibattito

Il 2 giugno, festa di tutti gli italiani?

Il 2 giugno 1946 è una data-simbolo che rappresenta una nuova fase della storia contemporanea italiana, creatrice d’iden tità nazionale come lo sono in Francia il 14 luglio (presa della Bastiglia) e negli Stati Uniti il 4 luglio della dichiarazione d’indipendenza. Processi storici tormentati e dolorosi che nel nostro caso comprendono la Seconda guerra mondiale, la lotta di liberazione dall’occupa zione nazista e dalla ventennale dittatura fascista iniziata con la conquista violenta del potere nel 1922. Il Re Vittorio Emanuele III e famiglia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 avevano abbandonato Roma verso Brindisi e Salerno, lasciando allo sbando l’in tero esercito. Il paese era diviso: il Nord occupato dai tedeschi in appoggio a Mussolini che aveva costituito la Repubblica di Salò; le regioni del centro liberate in date diverse, mentre nel Sud erano già sbarcati gli anglo americani. Il 25 luglio 1943 (caduta di Mussolini in seguito al voto contrario del Gran Consiglio del fascismo) e l’8 settembre verranno definiti, da alcuni storici, come le date della “morte della Patria”. Ma con l’affer mazione della lotta partigiana del 25 aprile abbiamo assistito al riscatto dell’o nore della Patria. Seguiamo la cronologia degli eventi principali. Nel gennaio 1944 al congresso dei CLN (composto da comunisti, socialisti, democristiani, liberali, azionisti e democratici del lavoro) di Bari viene sancita la richiesta della Costituente, da eleggere a suffragio universale; ad aprile il Re annuncia la “Luogotenenza generale del Regno” a favore del figlio Umberto e accetta che l’Assemblea possa scegliere la forma istituzionale (tra Monarchia o Repubblica); il 4 giugno viene liberata Roma, un giorno prima dello sbarco degli alleati in Normandia; il decreto luogotenenziale del 16 marzo 1946 rimette la scelta sulla forma istituzionale non ai deputati dell’Assemblea come affermato prima, ma a un referendum popolare. Le elezioni videro come primo partito la Democrazia Cristiana con oltre 8 milioni di voti pari al 35,21% e 207 eletti. Al secondo posto i socialisti (PSIUP) con 4 milioni e 758 mila voti pari al 20,68% e 115 deputati; al terzo il PCI con 4milioni e 356 mila voti pari a quasi il 19% e 104 parlamentari. Le sinistre unite erano il primo raggruppamento. I diversi governi che si succedono prima del 2 giugno danno il segno delle difficolta di quegli anni: comincia la nomina di Pietro Badoglio dal 25 luglio-8 settembre 1943 e dall’aprile 1944 al giugno 1944 (periodo conosciuto come “svolta di Salerno” per l’appog gio del Pci di Palmiro Togliatti e di tutti gli altri partiti del CLN), seguono il governo di Ivanoe Bonomi (giugno-dicembre 1944 e poi fino al giugno 1945). I partiti antifascisti si accordano nel costituire un governo presieduto da Ferruccio Parri (del Partito d’A zione e Vice comandante del Corpo Volontari della Libertà), genuina espressione della resistenza, e un’assemblea provvisoria, la Consulta nazionale, per gestire la fase transitoria. Ma il governo Parri non ha vita facile e dura appena cinque mesi sostituito a dicembre dal democristiano Alcide De Gasperi, che risponde maggiormente agli equilibri politici che devono tener conto delle pressioni degli alleati. La giusta dialettica tra i partiti risorti dopo anni di silenzio suscita l’af fermazione di un movimento che a partire dallo stesso nome indica una pericolosa tendenza: l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini che riesce a superare il 5% alle elezioni per l’Assemblea costituente e a conquistare diversi sindaci nelle elezioni amministrative del Sud. In Sicilia appare un movimento separatista, che poi avrà l’appoggio di Salvatore Giuliano, leggendario bandito-guerrigliero di Montelepre (provincia di Palermo). Il 10 maggio 1946 il Re, che si fregiò del titolo pomposo di “Vittorio Emanuele III, Re d’Ita lia, Imperatore d’Etiopia e Re d’Albania” nel tentativo di salvare la monarchia, abdica all’ul timo momento a favore del figlio Umberto (già Luogotenente del Regno). Ai monarchici non conveniva che la scelta dell’assetto istituzionale venisse effettuata dall’Assemblea costituente perché temevano che la maggioranza fosse conquistata dai partiti antifascisti repubblicani, mentre con un referendum popolare potevano rivolgersi direttamente ai cittadini esasperando la paura di un “salto nel buio’” e presentandosi come i fautori dell’ordine in grado di dare continuità a quel regno sabaudo che attraverso le lotte risorgimentali aveva portato all’u nità d’Italia. “Abbasso le imposte, viva il Re” era uno degli slogan più potenti. Si presentavano all’opinione pubblica come i veri garanti dei moderati e conservatori. La scelta istituzionale del referendum avvenne in un clima di forte conflittualità (a Roma e Napoli, per esempio vi furono scontri violenti tra repubblicani e monarchici). Su 28 milioni di cittadini aventi diritto al voto, votarono quasi 25 milioni pari all’89%. I voti validi furono 23 milioni 437 mila, di questi 12 milioni e 718 mila (pari al 54,27%) si espressero a favore della Repubblica, 10 milioni e 718 mila (pari al 45,73%) a favore della Monarchia. Le donne erano un milione in più degli uomini (12.998.131 donne, contro 11.949.056 di uomini).

Infatti, il 1 febbraio 1945 il governo Bonomi aveva emanato un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne una scelta dovuta anche alla mobilitazione delle associazioni femminili dei maggiori partiti. La scelta della Repubblica non fu soltanto una scelta politico istituzionale, una particolare forma di esercizio del potere, ma fu soprattutto un ideale etico-politico, la visione di una comunità democratica, che troverà compimento nella elaborazione della Costituzione. Dobbiamo anche ricordare che quando nel maggio 1947 le sinistre furono espulse dal governo, proseguirono i lavori della “Com -missione dei 75” fino a raggiungere l’approvazione finale nel dicembre 1947, con 458 voti a favore e 62 contrari. Essa fu controfirmata da tre personalità diverse del nuovo assetto politico: il liberal monarchico Enrico De Nicola, Presidente provvisorio della Repubblica, Umberto Terracini (comunista) Presidente dell’Assemblea, Alcide De Gasperi (democristiano), Primo ministro. Stante il risultato del referendum che aveva visto le regioni meridionale e le isole votare monarchia col 66,3% dei voti si volle dare un preciso segnale d’unità nazionale. Anche il primo presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, eletto al quarto scrutinio l’11 maggio 1948 con 518 voti su 871 votanti era un liberale d’antica tradizione monarchica. La festività del 2 giugno, proclamata con la legge del maggio 1949, era stata soppressa nell’ambito delle misure anticrisi del 1977. Il “patriottismo costituzionale” tardò a trasformarsi in “patriottismo repubblicano”. La Festa della Repubblica fu comunque ripristinata nel 2001, grazie all’opera del Presidente Ciampi secondo il quale essere fedeli alla Costituzione italiana significava non dimenticare mai la sua origine, le sue radici profonde nelle tre grandi correnti di pensiero politico: liberale, socialista e cattolico-democratica. Il ripristino venne celebrato dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) con una serie di iniziative/conferenze in diverse città italiane, pubblicate nel volume edito dalla casa editrice Diabasis a cura di Maurizio Viroli (“Lezioni per la Repubblica. La festa è tornata in città”).

Piero Calamandrei, nel 1947, scriveva nella sua rivista “Il Ponte”, che crollato il fascismo l’unica ricostruzione rivoluzionaria compiuta è stata nel campo politico, la repubblica. La storia della repubblica si presenta perciò come un percorso storico che parte dall’an tifascismo e approda all’unità europea. Ma per essere una vera festa di tutti gli italiani, come voleva Ciampi, è necessaria la condivisione del processo storico che ho cercato di illustrare in questo intervento.

Salvatore Vento

(Sociologo)

( 1 giugno 2026 )

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