A tredici anni dalla sua morte anche l’editoria, purtroppo, ha dimenticato Alberto Bevilacqua, che diede alle stampe autentici best-seller (vinse lo Strega, il Campiello e il Bancarella), opere di pregio sia narrative che poetiche. Basterebbe citare La Califfa (1964), Una città in amore (1966), Una scandalosa giovinezza (1978) e La polvere sull’erba (2000) per comporre il panorama di una lingua romanzesca fluida e sensitiva. Andrebbe riportata alla luce una stagione creativa che ha attraversato mezzo secolo fino ai primi scorci del terzo millennio.
In pochi sanno che Bevilacqua collaborò con la “La Fiera Letteraria” diretta da Vincenzo Cardarelli, fino al 1976, dedicando bellissimi ritratti a Caproni, Squarcia, Fenoglio, Patti, Delfini, D’Arzo. Il suo quartiere a Roma, dove viveva, Vigna Clara, è un piccolo paese. Dal suo appartamento gli occhi cadono a strapiombo, di sotto, e i volatili fanno sosta in uno dei punti più alti di Roma (ne scrisse in Lettera alla madre sulla felicità, romanzo del 1995). Ma in tanti anni, dalla capitale, è stato soprattutto lo scenario del fiume Po ad intensificare la sua vena, i sensi decifrabili, le domande ultime, gli aspetti relazionali con gli amici, il paesaggio, Parma intravista nelle “ore sospese a mezz’aria” e i tormentati affetti familiari (sin da L’amicizia perduta, primo libro in versi pubblicato nel 1961, a cui seguirono le bellissime raccolte L’indignazione del 1973 e La crudeltà del 1975. Di spessore non comune anche Piccole questioni di eternità del 2002 e Legame di sangue del 2003). Una poesia ingiustamente trascurata da molti critici, specie accademici, che ha ottenuto il plauso di Umberto Saba, Attilio Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Salvatore Quasimodo, Aldo Palazzeschi, Carlo Salinari, Jorge Luis Borges, Eugène Ionesco, Giorgio Caproni, Walter Pedullà, Giovanni Testori. Proprio la stesura dei versi è stata la prima attività di Alberto Bevilacqua, a partire dai componimenti scritti per la madre da ragazzino. La sua vocazione intrecciava la storia personale, durante e dopo la seconda guerra mondiale, con la grande storia: l’Italia della provincia, delle famiglie, del disagio sociale. Bevilacqua è sato uno scrittore mitopoietico, capace di ricreare anche un realismo magico inteso come rivelazione e culto (non dissimile dalle intenzioni dei latinoamericani). Realismo magico che è archetipo costante sia della narrativa che della poesia, in un topos dei luoghi di senso e di sentimento.

