Un bestiario reale e selvaggio, ma non fantastico, per una narrativa prevalentemente d’osservazione, che vuol dire conoscenza della fauna appenninica sotto le Alpi Apuane, tra la Toscana e l’Emilia. Il tutto assorbito da una capacità descrittiva di straordinaria intensità e virulenza. Vincenzo Pardini, originario di Fabbriche di Vallico in Provincia di Lucca, ha pubblicato il libro I figli di Wanda e altri racconti (Oligo, 2026).
Il mondo animale è sempre stato sacro, come il paesaggio e la natura boschiva dell’Alta Valle del Serchio nella Garfagnana, invasa dai lupi con gli occhi gialli e obliqui che si muovono furtivamente e di notte, i pastori apuani bianchi e neri, le linci con i versi striduli, gli asini, i caprioli, i cinghiali, i cervi, i montoni, le volpi, le capre, le pecore e un’infinità di volatili sotto il sole, tanto da far pensare ad uno dei personaggi del libro che dice che gli animali sono di gran lunga migliori delle persone, specie riguardo a “senso di amicizia e comprensione”. Animali che conservano un’anima, sembra dirci Pardini nella sua elegia colma di gesti silenziosi: un’e pica secolare, perfino arcaica, mista di terra e sangue, di gesti e intuiti. Tra le parti migliori della narrazione quella sull’a sino Platone, guardiano di una recinzione domestica per proteggere dall’attacco dei lupi. “Pla tone si arrotolava sul fango.
Un antidoto contro i parassiti, pari alla polvere estiva per cacciare le mosche”. Un asino anarchico e indisciplinato, che si imbosca nelle macchie diventando il capo di una mandria di bestie bizzarra ed eterogenea. A volte gli viene la nostalgia delle voci del paese, del canto dei galli, ma preferisce le notti animate dalla presenza dei lupi ai quali rampa con furia azzannando i cuccioli. I lupi sono come i cani accucciati e randagi, afferrano la carne e la rigurgitano per darla in pasto ai piccoli affamati.
Lupi con la testa rotondeggiante, che camminano in punta di piedi, con il mantello bruno, l’eleganza simile alle volpi, spesso solitari, che lottano ferocemente per la sopravvivenza e ululano. Lupi che avvertono le persone a quasi un chilometro di distanza e fiutano subito i pericoli.
Molto bello il racconto su Piazza Arieti, ai margini della boscaglia, dalle rupi innalzate verso la boscaglia. Le fiere emanano un odore di erba marcia “con sfumature di lezzo e di lievito”.
Tra queste il saola somigliante ad un’antilope con le corna parallele, affusolate, lunghe mezzo metro. E ancora la ghiandaia che piaceva a Enzo Siciliano (il quale ha inserito uno scritto di Pardini nel suo Meridiano Racconti italiani del Novecento), che chiedeva spiegazioni sulle fattezze del passeriforme. Ha un volo né alto, né basso, la testa allungata, il becco nero e le ali azzurrate.
Pardini raccoglie l’atmo sfera dei suoi luoghi elettivi e ne percepisce il mistero delle esistenze quasi avessero qualcosa di magnetico, di irresistibile. Una specie di eroismo quotidiano, come lo scrittore ebbe a dire, in cui la natura si erge padrona tra le capanne e le mulattiere di una volta, gli alberi, le sterpaglie, le selve, i pascoli, le insenature d’acqua. Ci accorgiamo di una scrittura terragna, originalissima, che negli anni è stata accolta favorevolmente da letterati illustri come Attilio Bertolucci, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Ottiero Ottieri, Geno Pampaloni, Giovanni Raboni. Pardini è il paladino di simbologie intese come virtù creaturali che appartengono solo agli animali, spesso presenze di buona fortuna per gli uomini stessi.

