La poesia può ancora raccontare, chiedere, delineare l’abitu dine e l’occasionalità dell’esistenza umana che si compone, per lo più, di accadimenti comuni. Alessandro Fo (nato a Legnano nel 1955, latinista presso l’Università di Siena), con Luci e eclissi (Einaudi, 2026) ha dato alle stampe una raccolta che fa uso di una lingua piana, scorrevole, di versi che arrivano ad una prima lettura (alcune di queste poesie sono già state pubblicate in riviste specialistiche).
Come riportato nella quarta di copertina il tempo della vita viene attraversato con “uno sguardo insieme partecipe e vigile”. In questo spazio che conserva diversi punti cardinali Fo si appropria del senso di responsabilità per ciò che è stato, salvaguardando un materiale prezioso di incontri, scambi, condivisioni, tanto da ricordare, proprio in apertura, una telefonata di Elio Filippo Accrocca, nel 1995, e il messaggio lasciato nella segreteria. Molti i rimandi, le citazioni, gli episodi tracciati che riguardano un campionario vastissimo di soggetti: filologi, scrittori, storici dell’arte, sacerdoti, studenti, amici, genitori, sorelle, nipoti: uomini e donne che rivestono un ruolo evocativo specie nei testi dialogici. Colpisce Verso la Pasqua del 2022, dove nella celebrazione eucaristica del Giovedì Santo i fedeli cercavano la “vita eterna”: “O almeno la speranza / di rivedere un dì i cari perduti, / la madre il figlio (molti erano anziani, / molte di conseguenza le ammissioni)… / la sposa, / il padre, / l’amico, / la sorella… / O cercavano un senso a tanto male”. Se il passato è una fonte di opportunità, dati di circostanza per scavare pazientemente negli anni, le persone più vicine sono ombre proiettate in un tempo rigenerato. Tempo che torna a sprazzi nelle “considerazioni camminando” accese di luce e che inevitabilmente si eclissano per far posto allo sguardo, a bagliori che si alternano a vecchi appuntamenti, sacrifici, gioie, delusioni. La donna è il tu preferito, quasi che il “femminino spirituale” le contenesse tutte, sia nella realtà che nel sogno.
“Nel ricordo è felice / il giorno delle nozze, / raggiante sotto il velo / e le nubi in un cielo / serale, ricamato / dai profili del Duomo”. Non mancano gli angoli naturalistici e urbani, luoghi al chiuso (case, carceri, ospedali) e ambienti all’aperto riflessi in immagini nitide e nominazioni precise (città, quartieri, numeri civici). Alessandro Fo mette insieme, compostamente, distanze, intervalli, periodi, lassi di tempo, reminiscenze come fossero documenti personali da non disperdere (“Molte volte, negli anni ho vagheggiato / di cercare, da anziano, di tornare / a rivivere in quella vecchia casa”). Muri, carte da parati, tavoli, lettere, libri, fotografie sono cose che si animano sensorialmente, non abbandonate all’inutilità, all’inser vibile. La memoria è dunque un’informazione permanente, lo stimolo che fornisce l’input per scrivere. Fissando l’attimo nella sua instabilità, Fo ascolta e vede ciò che ha già ascoltato e visto. L’im permanente può riguardare, scorrendo le sezioni del libro, badanti slave, ragazze truccate, pakistani, africani di passaggio: insomma un flusso esteriore a perdita d’oc -chio. Non manca, però, quel lampo che va oltre il contingente e la permeabilità del ricordo per insinuarsi nella “idea del proprio finire” e in una verità cosmologica: “Forse bisogna abbastanza invecchiare / da giungere ad avere i propri cari / quasi tutti di là, / e allora farsene, docilmente, chiamare”.

