Quando nell'autunno 1892 il compositore boemo Antonín Dvorak giunse a New York non era un semplice migrante in cerca di fortuna, bensì un maestro già affermato: il suo percorso era iniziato a Praga, laddove aveva avuto le sue prime soddisfazioni nel 1872; due anni più tardi aveva poi vinto una borsa di studio in Austria, assegnata da una giuria che annoverava tra i suoi membri pure Johannes Brahms ed Eduard Hanslick; nel 1878, infine, l’editore Simrock, su impulso di Brahms, gli aveva commissionato le Danze slave, opera che aveva riscosso un successo mondiale e contribuito a consolidare la sua reputazione. Nel 1891 avrebbe trionfato in Russia, laddove si sarebbe recato su invito di Pyotr Ilyich Tchaikovsky, e quello stesso anno avrebbe ricevuto una laurea honoris causa a Cambridge. Tutto questo aveva certamente influito sul giudizio di Jeannette Thurber, la mecenate americana fondatrice del National Conservatory of Music, che l’aveva ritenuto il compositore perfetto per creare una scuola musicale nazionale oltreoceano, sulla scorta di quelle europee. Un generoso ingaggio da quindicimila dollari annui aveva poi fatto il resto e così Dvorak, un vero figlio del popolo boemo cresciuto non distante da Praga, si era ritrovato nel bel mezzo di un dinamismo che lo attirava e lo atterriva a un tempo, ma pronto a svolgere il compito: non si sarebbe limitato a scalfire la superficie dell’A merica, anzi avrebbe scavato a fondo per rinvenirne le radici. Così facendo si imbatté ben presto nella cultura musicale degli schiavi africani e dei pellerossa, rinvenendovi il materiale che avrebbe sublimato nello spirito una ipotetica scuola nazionale. Nacque così la Sinfonia n. 9 in mi minore, op. 95, Dal Nuovo Mondo; la prima si tenne alla Carnegie Hall di New York il 16 dicembre 1893 e fu un vero trionfo.
Il primo movimento, Adagio - Allegro molto, alza il sipario su atmosfere misticheggianti la cui funzione è introdurre via via in crescendo il tema principale, dapprima tratteggiato dai corni e tosto ripreso dall’intera compagine orchestrale nell’Alle gro: si tratta di un tema di grande impatto e di facile assimilazione, al punto da suscitare una certa sensazione di déjà-vu persino in chi si trova ad ascoltarlo per la prima volta. Lungi dal denotarne una qualsivoglia scontatezza, questo carattere ne testimonia invece l’universalità. Compare poi un secondo tema meditabondo che si pone in antitesi al primo, ben più marziale, e introduce il terzo, ispirato a uno spiritual più antico. Nel resto del movimento si procede a dissodare i segreti di questi preziosi materiali musicali e ad incrementare la dinamicità, in sintonia col carattere della giovane nazione.
Il secondo movimento, Largo, esordisce con un tappeto sonoro intessuto dagli ottoni che ha un quid di ritualistico e che introduce una melodia celeberrima, intonata da un corno inglese soave e familiare; è una melodia che sarebbe stata poi ripresa da altri molte volte nei decenni successivi, forse persino troppe. A ogni modo, Dvorak esprime perfettamente la gran meraviglia suscitata dalla maestosa natura americana con una nota malinconica dolce, tipica dell’area slava; l’atmosfera pare soffusa, interrotta solamente dalla sezione centrale un po’ più rapida in cui si ripropone come una eco del tema principale ai fiati, ma senza che questo ne turbi la serenità.
Il terzo movimento, Scherzo. Molto vivace, si apre con piglio vivace e richiama il vigore di una selvaggia danza di pellerossa, tuttavia si esprime con un linguaggio squisitamente europeo. Si tratta anche in questo caso di un movimento estremamente celebre, ripreso molte volte in colonne sonore per il cinema. In coda al movimento, torna immancabile il tema principale a ribadire che la sinfonia è governata da una logica interna ineccepibile che collega saldamente tra loro episodi che paiono distanti. È come sorvolare le vaste lande di un continente in costruzione, qua e là soffermandosi su un particolare o su di un altro, ma per poi tornare in quota senza mai perdere la visione d’insieme.
L’ultimo movimento, Allegro con fuoco, è la fine del viaggio, una grandiosa sintesi della sinfonia ma anche del percorso creativo di Dvorak nel Nuovo Mondo; si palesa subito una fanfara di trombe, il cui carattere suona ancora oggi incredibilmente americano: è d’altra parte diventato uno dei brani più noti e popolari dell’intero repertorio sinfonico.
Oltre a proporre questo straordinario tema, in quest’ultimo movimento Dvorak riprende i temi esposti in precedenza e li conduce tutti a un esito condiviso, completando così un meraviglioso affresco che funge da chiusa e da corollario dell’intera sinfonia.
La Sinfonia n. 9 è un capolavoro di sintesi tra due mondi in cui la nostalgia di un passato vagheggiato si mescola all’entusiasmo per il futuro: non stupisce che sia tuttora eseguita regolarmente dalle più importanti orchestre mondiali e che non ne manchino le incisioni anche di altissimo livello. Rimane tuttavia un caso isolato, giacché la storia della musica americana ha preso poi altre strade.

