Mercoledì 22 luglio 2026, ore 0:46

Cinema

L'altra bellezza

di ENZO VERRENGIA

L’annuncio della nuova interpretazione cinematografica di Supergirl ha riacceso un dibattito ricorrente nella cultura audiovisiva contemporanea, quello sulla presunta “rinuncia” di Hollywood agli standard estetici tradizionali in favore di una maggiore identificazione del pubblico. Il confronto che molti spettatori hanno immediatamente fatto è con la versione televisiva interpretata da Melissa Benoist, un’at trice che, oltre a incarnare un’estetica pienamente allineata ai canoni classici della bellezza americana da grande e piccolo schermo, ha anche contribuito a definire un’immagine luminosa, idealizzata e fortemente “eroica” del personaggio. Molto prima di lei, fu la celestiale Helen Slater a interpretare Supergirl nel film del 194 diretto da Jeannot Szwarc. Nella serie recente, l’attrice interpretò la madre adottiva terrestre della supereroina. Nel nuovo progetto cinematografico del DC Universe, il ruolo di Kara Zor-El è stato affidato a Milly Alcock, attrice già nota per “House of the Dragon”. La sua scelta è stata letta da alcuni commentatori come un ulteriore segnale di una tendenza: meno attenzione alla “bellezza perfetta” e maggiore interesse per volti riconoscibili, particolari, talvolta più ruvidi o meno levigati rispetto all’immaginario supereroistico tradizionale.

Da questo confronto nasce però una semplificazione piuttosto diffusa, l’idea che il cinema e le serie televisive americane stiano volutamente scegliendo attori e attrici “non belli” per favorire l’identificazione del pubblico. In realtà, la questione è più complessa e riguarda una trasformazione profonda del modo in cui le storie vengono scritte, prodotte e consumate.

Per decenni Hollywood ha funzionato secondo un principio abbastanza chiaro, la distanza tra spettatore e personaggio doveva essere mantenuta attraverso l’idealizza zione. Gli attori non erano solo interpreti, ma modelli aspirazionali. Il pubblico non doveva riconoscersi pienamente in loro, ma desiderarli, ammirarli, guardarli come versioni migliorate dell’esperienza umana. Questo valeva in modo ancora più evidente per il genere supereroistico: corpi perfetti, lineamenti simmetrici, estetica patinata e un costante senso di “irraggiun gibilità”. La versione televisiva di Supergirl con Melissa Benoist apparteneva pienamente a questa tradizione. Il personaggio era costruito non solo come figura narrativa, ma come icona positiva, luminosa, quasi pubblicitaria nella sua perfezione visiva. La sua forza non stava tanto nella quotidianità quanto nell’eccezionalità estetica ed emotiva. Negli ultimi quindici anni, però, questa impostazione si è progressivamente incrinata. L’espansione delle piattaforme streaming, la proliferazione di contenuti seriali e la crescita di un pubblico globale più frammentato hanno portato a un cambiamento di paradigma. Lo spettatore non cerca più soltanto l’aspi razione, ma anche il riconoscimento. Vuole vedere sullo schermo non solo ciò che vorrebbe essere, ma anche ciò che è. Questo non significa che Hollywood abbia smesso di valorizzare la bellezza. Significa piuttosto che questa non è più l’unico criterio dominante. In molte produzioni contemporanee, il volto “perfetto” non è più automaticamente sinonimo di credibilità o profondità. Anzi, in alcuni casi viene percepito come una barriera emotiva. Serie come “Girls” hanno rappresentato uno dei primi segnali evidenti di questa trasformazione. Le protagoniste non erano costruite per incarnare un ideale estetico classico, ma per rappresentare una generazione in crisi, instabile, contraddittoria. Il corpo e il volto non erano più elementi di perfezione, ma strumenti narrativi della fragilità. Allo stesso modo, “Flea bag” ha portato questa logica ancora più avanti: la protagonista rompe continuamente la quarta parete, si mostra emotivamente disfunzionale, e la sua attrattiva non deriva da una costruzione estetica tradizionale, ma da una complessità psicologica che diventa il vero centro della narrazione. In questa evoluzione si inserisce anche “The Bear,” che porta sullo schermo un realismo quasi fisico: corpi stanchi, ambienti saturi, estetica non filtrata. Qui non si tratta di “anti-bellezza”, ma di una scelta di verosimiglianza estrema. Il pubblico non è chiamato a idealizzare, ma a condividere una sensazione di immersione.

Tuttavia, è importante chiarire un punto fondamentale: non esiste una politica industriale americana che imponga la scelta di attori “non belli” per ragioni ideologiche o sociologiche. Hollywood continua a produrre contenuti fortemente estetizzati, soprattutto nel cinema commerciale e nei blockbuster. Basta osservare il mercato dei film di supereroi per rendersi conto che la bellezza convenzionale è ancora ampiamente presente e funzionale.

Il cambiamento riguarda piuttosto la coesistenza di due modelli. Da un lato, quello tradizionale, ancora dominante in molti franchise: corpi ideali, volti levigati, estetica iper-costruita. Dall’altro, un modello più contemporaneo, tipico delle serie “prestige” e delle produzioni indipendenti, dove la priorità è la credibilità emotiva e sociale del personaggio. In questo secondo modello, la scelta degli attori non è guidata dall’idea di “ridurre la bellezza”, ma da quella di aumentare la specificità. Un volto particolare, anche se lontano dagli standard classici, può risultare più memorabile, più riconoscibile e soprattutto più funzionale alla costruzione di un’identità narrativa unica. Il punto centrale non è dunque la bellezza in sé, ma la sua funzione. Nel cinema classico, la bellezza era un linguaggio universale che comunicava immediatamente valore, desiderabilità, eroismo.

Nel cinema contemporaneo, invece, la complessità ha sostituito l’uniformità. Il pubblico è più abituato a leggere sfumature, contraddizioni, ambiguità. Un altro elemento che ha contribuito a questa trasformazione è la diffusione dei social media. Paradossalmente, l’iper-esposizione di immagini perfette, filtrate e ritoccate ha aumentato il valore percepito della “normalità” sullo schermo. In un mondo digitale in cui tutti possono apparire esteticamente modificati, la presenza di volti più autentici diventa una forma di resistenza visiva.

Anche il concetto di identificazione ha subito una mutazione. Non si tratta più soltanto di “somiglianza fisica”, ma di somiglianza emotiva e comportamentale. Uno spettatore può riconoscersi in un personaggio non perché gli assomiglia esteticamente, ma perché condivide le sue insicurezze, i suoi conflitti, le sue fragilità. In questo senso, il caso Supergirl diventa emblematico non perché rappresenti un’inversione dei canoni estetici, ma perché evidenzia la tensione tra due modi diversi di concepire il supereroe: icona ideale da un lato, persona complessa dall’altro. Melissa Benoist incarna il primo modello, Milly Alcock viene letta da alcuni come un passo verso il secondo, anche se in realtà la distinzione non è così netta. Più che di una “tendenza a scegliere attori non belli”, si dovrebbe parlare di una pluralità crescente di estetiche narrative. Hollywood non ha abbandonato la bellezza, ha semplicemente smesso di considerarla l’unico criterio attraverso cui costruire credibilità e coinvolgimento. Oggi convivono l’eroe perfetto e il personaggio imperfetto, il volto idealizzato e quello quotidiano, la distanza e l’identificazione. Ed è proprio in questa convivenza, più che in una presunta rivoluzione anti-estetica, che si gioca l’e voluzione più interessante del cinema e delle serie televisive contemporanee.

( 21 luglio 2026 )

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