Palazzo Reale, dal 18 giugno al 13 settembre, apre gli spazi delle Stanze del Principe alla “hyperrealistic finger painting”, con una suggestiva site specific ad ingresso gratuito, realizzata dall’indiscusso maestro della “pittura con le dita” Paolo Troilo. Un dialogo aperto tra gli ambienti neoclassici del palazzo milanese e la sua storia, reinterpretata dall’artista per far parlare il presente, grazie alla sua innovativa tecnica, capace di coinvolgere e far sognare il pubblico.
Promosso dal Comune di Milano-Cultura, prodotto e organizzato da Palazzo Reale e Nobile Agency, con la curatela del critico Marco Meneguzzo e il contributo scientifico di Domenico Piraina, Direttore di Palazzo Reale, e Simone Percacciolo, Responsabile della Valorizzazione, “The Breach. Il muro rompe il silenzio” è un progetto inedito, in cui l’artista fa breccia nei muri per creare un ponte tra il presente del palazzo milanese e il suo passato, riportando alla luce storie e personaggi legati al luogo, da Leonardo da Vinci alla Regina Margherita Savoia e Maria Josè, dai Visconti a Napoleone. A partire dalla reinterpretazione delle tappezzerie firmate dall’antica tessiture Rubelli, che firmò gli originali, Troilo “ha scelto per ciascuna stanza un tema, un soggetto, un motivo, ora dirompente, ora più riflessivo, ora addirittura intimistico, mescolando sapientemente spettacolarità e retorica, significante e significato, raggiungendo un risultato di grande equilibrio tra le varie componenti”, come ha dichiarato Marco Meneguzzo, curatore della mostra. Paolo Troilo, artista fuori dal comune che dipinge avvalendosi esclusivamente delle dita, nasce nel 1972 a Taranto e vive a Milano, dove oggi ha uno studio all’interno di un cortile sui Navigli, in un classico contesto artigianale casa bottega, avendo la sua famiglia un appartamento proprio sopra il suo laboratorio. Libero da costrizioni famigliari egli intraprende gli studi di grafica pubblicitaria per sviluppare l’arte del disegno, a cui, fin dall’età di 4 anni, si era appassionato, grazie all’influenza materna. Lavora nel mondo della pubblicità tra il 1997 e il 2009, un settore in cui ottiene grande successo, tanto che nel 2007 viene nominato dal ADCI miglior creativo d’Italia con Alessandro Sabini. A partire dal 2004 casualmente inizia ad usare la tecnica della pittura con le dite: trovandosi una sera desideroso di riempire una tela e per errore non avendo a disposizione pennelli, inventa quella tecnica di cui poi diviene padre e maestro e che oggi è conosciuta come “iperrealismo con le dita”, una tecnica che oltretutto dà origine a opere che non possono essere falsificate, perchè contengono una pluralità di proprie impronte digitali.
Egli inizia ad usare questa tecnica producendo autoritratti, frutto della sua autoanalisi, per poi perfezionare con il tempo la propria arte, grazie alle esperienze di vita che accumula durante i viaggi, gli incontri e nel mondo del lavoro. Nel 2006 le sue opere iniziano a essere vendute, suscitando l’interesse di pubblico e di critica, fino a partecipare nel 2011 alla Biennale di Venezia. Le sue opere, che hanno sempre al centro il suo interesse verso l’uomo, oggi sono presenti in numerosi musei pubblici e privati di tutto il mondo. La mostra milanese, in cui l’artista immagina di poter entrare nella storia facendo breccia nei muri, testimoni silenziosi del passato, si apre con una prima sala dedicata all’uomo vitruviano. Un omaggio a Leonardo da Vinci che tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento lavorò proprio a Palazzo Reale, quando ancora era Palazzo Ducale degli Sforza. Fu proprio a Palazzo Ducale che prese forma uno dei suoi progetti più ambiziosi: il monumento equestre a Francesco Sforza, opera che non fu mai conclusa e che fu distrutta nel 1499 dai francesi. L’uomo vitruviano di Troilo, realizzato su tela con tecnica acrilica, è un’o pera creata dal vivo nel 2019 in occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo ed è l’unica opera esposta non inedita. L’arti sta dipinge l’uomo leonardesco sempre all’interno di un quadro e di un cerchio, ma nell’atto di liberarsi dalle forme che lo imprigionano in un’azione di metaforica lotta, alla continua ricerca di una dimensione tra reale e artificiale, tra bene e male. La tridimensionalità e l’espressione del suo viso sono una chiara espressione dello stato di tensione continua, a differenza dell’uomo di Leonardo che, nella sua staticità ed equilibrio, comunica un senso di pace e finitezza. La seconda stanza della mostra, denominata dall’artista della “manica strappata”, ha un’azione propagandistica frettolosa. Testimonia le profonde trasformazioni che Palazzo Reale subì nel 1900 ed in particolare dopo che nel 1919 passò dalla Corona dei Savoia allo Stato, con una riduzione delle sue dimensione di un terzo, e con la “demolizione della “Manica lunga” del Palazzo Reale, avvenuta nel 1937 per scopi urbanistici. Troilo, con le tre tele strappate esposte, allude alla dittatura degli anni Trenta, quando per l’appunto parti significative dell’edificio vennero abbattute, provocando delle importanti mutilazioni al complesso. La terza sala è dedicata a Maria Josè del Belgio, ultima regina d’Italia, nota per le sue idee liberali, che nelle stanze del Principe visse il suo impegno politico tra il 1942 e il 1943, intrattenendo fitti rapporti diplomatici clandestini con intellettuali antifascisti per sganciare l’Italia dall’alleanza nazista. L’artista la ritrae mentre simbolicamente alza un lembo della tappezzeria per scoprire una folla di mani che spezzano i fucili.
Napoleone Bonaparte è invece il protagonista di due arazzi esposti nella sala successiva, lui che, quando nel 1805 fu incoronato re d’Italia a Milano, segna una svolta nella storia di Palazzo Reale, inaugurando una serie di importanti lavori di ridecorazione con la collaborazione di Andrea Appiani. Le immagini di un Napoleone con in capo la corona d’al loro, ma nudo, vecchio e stanco e la scritta sotto uno degli arazzi “Non esiste il numero uno se non esistono tutti gli altri numeri” è un monito su come la storia sia fatta di esistenze senza volto oltre che di uomini consegnati all’immortalità grazie all’i conografia. Alle radici storiche di Palazzo Reale si rifà la Sala dei Visconti. Qui l’artista attraverso un’immagine (Il serpente bianco) costituita da un drago che divora un moro, rievoca lo stemma visconteo ritornando alle origini medioevali del palazzo. Con una metafora sociale e filosofica l’artista allude al razzismo e alla paura della diversità da cui esso nasce. Il serpente bianco è una fiera immortale che vuole regnare sul mondo con la paura di ciò che non le somiglia. Un concetto che trasportato nel mondo della fisica e della natura evoca il buco nero, dove il buio annulla ogni differenza e alla fine chi discrimina e vuole divorare gli altri rimane vittima del suo stesso odio. Il percorso, dopo una sala in cui in un video è presentato il lavoro di Troilo attraverso le sue diverse fasi creative, continua con un ambiente dedicato alla regina Margherita di Savoia, a suo tempo modello di stile ed eleganza, interpretata come una influencer moderna: occasione questa per far riflettere sul ruolo della comunicazione nella nostra società. La mostra si conclude con un’ultima stanza dedicata al polittico “nel nome della madre”, parte di una trilogia che aveva come opera iniziale “In nome del padre”, presentata a Palazzo Reale nel 2020, il giorno prima che venisse proclamato il lock down, come idea per una futura mostra, che oggi dopo 6 anni si è finalmente realizzata.
Questa stanza è un omaggio che l’artista fa alla madre, che amava ripetergli il valore dell’attesa attraverso il detto “conta fino a dieci”. Attraverso 8 arazzi egli racconta la storia della sua malattia concludendo il percorso con versi molto commoventi “Mia madre, Lucia Zichiello Troilo, è stata capace di riempirmi così tanto da trasformare il vuoto che mi ha lasciato in uno spazio immenso per innaffiare di acrilico i ricordi di lei. Mia madre è la mia arte”. Implicitamente la stanza è anche un omaggio a tutte le donne che hanno cresciuto figli loro e non loro, educato, insegnato, allenato, a tutte le guide della nostra vita. Nel bene e nel male. Una stanza molto intima e personale, arricchita da pannelli con didascalie di grande valore lirico. La mostra diventa dunque un’occasione che Milano offre ai visitatori per riflettere non solo sul passato ma soprattutto sul presente, rievocato attraverso l’arte che diviene così strumento oltre che di bellezza e conoscenza, di utilità sociale e individuale.

