Dietro ogni idea di società c’è sempre una teoria della conoscenza. Anche adesso, nel bel mezzo di un sopraggiunto disordine mondiale, dobbiamo essere grati a chi, con un generoso sforzo intellettuale, ha tramandato ai posteri la conoscenza per decifrare questo presente caotico. È il più importante strumento di Libertà, quel valore tanto caro Lorenzo Infantino, filosofo liberale e Professore di Filosofia delle scienze sociali alla LUISS Guido Carli. “La reazione totalitaria” (Rubettino, 2026) è il libro postumo del Prof. Infantino, ultimato al momento della sua scomparsa, la cui pubblicazione è stata curata dagli studiosi Nicola Iannello, senior fellow dell’Istituto Bruno Leoni e Simona Fallocco, Professoressa di Sociologia presso l’U niversità della Tuscia. Con Lei, in particolare, dialoghiamo sul saggio nell’intervista che segue, con un doveroso omaggio alla memoria del Prof. Infantino.
Succintamente, se dovessimo definire il liberalismo di Lorenzo Infantino, cosa si potrebbe dire?
Il professor Infantino concepiva il liberalismo come la dottrina che esplora le condizioni che permettono all'individuo di esercitare la propria libertà di scelta tramite la limitazione del potere politico in un mondo dominato dalla scarsità di risorse e dall’igno ranza antropologica. In tal senso, lo avrebbe definito come la risposta economica, sociale e politica al limite dei mezzi e alla dispersione delle conoscenze.
Per quale ragione, possiamo definirlo un continuatore della Scuola Austriaca di Von Hayek?
Friedrich A. von Hayek è stato il pensatore in cui si è maggiormente riconosciuto, tanto da promuovere nel 2003 la nascita della Fondazione Hayek Italia. L'obiettivo ambizioso è stato di diffondere nel nostro Paese, dove il liberalismo sconta l'influenza, a suo avviso negativa, del pensiero crociano, la tradizione del “vero” individualismo, che affonda le sue radici nei contributi di Mandeville e degli illuministi scozzesi, prosegue con Constant, Tocqueville, Spencer, Simmel e Weber, fino a trovare una sistematizzazione teorica rigorosa nelle riflessioni della Scuola Austriaca di Economia e di Popper. Eredità, questa, che non va confusa con il “falso liberalismo” derivante dall’ala radicale dell’Illu minismo francese e dai seguaci dell’utilitarismo inglese, come Bentham e Mill. Mentre questi ultimi, vittime di quella che Hayek definiva la 'presunzione fatale', assegnano alla ragione il compito di progettare intenzionalmente l’ordine sociale, il liberalismo autentico riconosce invece i limiti della conoscenza umana, vedendo nelle istituzioni il frutto di un ordine spontaneo. Il professor Infantino era fermamente convinto che l’assenza di una netta demarcazione tra queste due tradizioni fosse all’origine di profondi pregiudizi nei confronti del liberalismo, che vanno sistematicamente svelati e combattuti. E da qui ha tratto origine la sua infaticabile operosità e il progetto intellettuale volto a proseguire il solco tracciato dai maestri austriaci, per restituire alla dottrina liberale la sua veste autentica di filosofia della fallibilità e della libertà individuale.
Cosa lo legava a Dario Antiseri e in cosa erano diversi?
Per anni il loro è stato un vero e proprio sodalizio umano e professionale. Insieme hanno animato il Centro di Metodologia delle Scienze Sociali della LUISS Guido Carli che, tra la fine degli anni ’90 e la prima decade del 2000, è stato un nucleo pulsante di ricerca sui temi del liberalismo; insieme hanno condiviso la creazione e direzione della collana “Biblioteca Austriaca” per la casa editrice Rubbettino, definita non a caso da Raimondo Cubeddu, amico carissimo di entrambi, un “monumento” della cultura liberale, con cui è stata portata avanti la missione di far conoscere in Italia i testi fondamentali di Menger, Mises e Hayek, che loro hanno spesso tradotto e curato personalmente. È merito di questo sforzo congiunto se è stato possibile scardinare i pregiudizi che vedevano il liberalismo austriaco come una mera 'ideologia economica' e non anche un sistema filosofico e gnoseologico completo. Li legava sicuramente la difesa della Società Aperta, la convinzione che la politica debba sempre inchinarsi davanti alla fallibilità della conoscenza umana e che la scienza (e la società) progredisca solo attraverso la critica e l'errore. Quanto alle differenze, Dario Antiseri può essere associato a una visione che integra l'epistemologia popperiana con una sensibilità legata al cattolicesimo liberale e a una più vasta ermeneutica filosofica, mentre Lorenzo Infantino è stato “austriaco” fino al midollo e “salendo sulle spalle dei giganti austriaci”, come diceva lui, si è dedicato maggiormente all’analisi delle istituzioni economiche, sociali e politiche, legando strettamente la teoria della conoscenza alla critica del potere e del totalitarismo.
Sdoganata la fallibilità della conoscenza umana, cosa era per il Prof. Infantino la “cooperazione”?
Se l’uomo disponesse di conoscenze e risorse illimitate non ci sarebbe necessità alcuna di vita sociale. Al contrario, la fallibilità umana e la scarsità delle risorse economiche, fanno della cooperazione sociale l'unico strumento per mettere a frutto la conoscenza dispersa tra milioni di individui e vedere realizzati i propri obiettivi.
Perché insisteva nel definirla “un gioco a somma positiva”?
Un gioco a somma positiva è quello in cui esiste un reciproco vantaggio, anche se non necessariamente della stessa entità, per coloro che partecipano alla relazione di scambio. Nella cooperazione volontaria tutti migliorano la propria condizione iniziale, perché è un processo in cui la libertà di scelta di uno non sottrae nulla all'altro ma anzi, attraverso l’interazione spontanea, crea nuove conoscenze e dotazioni che prima non esistevano. Leggendo il saggio mi è sembrato di cogliere una profonda devozione verso Tocqueville e verso la tradizione culturale e politica che si stava consolidando oltreatlantico.
Cosa lo affascinava così tanto degli Stati Uniti?
Per Infantino, Tocqueville apparteneva alla tradizione dell’individuali smo “vero”. Del suo contributo apprezzava l'analisi della democrazia americana come un sistema di corpi intermedi e associazionismo diffuso, capace di limitare il potere centrale attraverso lo Stato di diritto e di permettere alla società civile di auto-organizzarsi senza attendere ordini dall'alto. Gli Stati Uniti costituivano l’esempio emblematico di come l’esercizio concreto della libertà individuale di scelta possa generare un “ordine senza piano”, per citare una delle opere che hanno dato a Infantino più lustro sia sul piano nazionale che internazionale.
Lei e il dottor Nicola Iannello avete avuto il piacere seguire il percorso intellettuale del Professore Infantino fino agli ultimi anni della sua vita. Su cosa poggiava principalmente la sua critica alla cultura politica contemporanea?
Noi, e parlo anche per Nicola Iannello, abbiamo avuto il privilegio di beneficiare dei suoi insegnamenti che ci hanno arricchito sia sul piano umano che professionale. Negli ultimi anni, la sua preoccupazione più grande, come si evince anche nel volume postumo “La reazione totalitaria” che abbiamo curato insieme, era il ritorno al 'tribalismo' di chi rifiuta il fallibilismo e il prevalere del governo degli uomini a scapito del governo della legge. La sua critica poggiava sull'idea che la politica contemporanea avesse dimenticato la fallibilità umana, illudendosi che lo Stato possa curare ogni problema sociale attraverso la “pianificazione”; atteggiamento che, per lui, cela una pretesa di onniscienza che prelude sempre a una restrizione della libertà.
Come si sviluppa nella società civile una reazione al totalitarismo “male endemico” della vita politica? Chi sono i nemici della “società aperta”?
Il totalitarismo è un errore gnoseologico prima che politico, perché si nutre della presunzione di avere “un punto di vista privilegiato sul mondo” e di imporre un unico fine a tutta la società. In tal senso, non è un problema che appartiene al passato ma un pericolo che si annida laddove mancano le condizioni per un esercizio effettivo della libertà di scelta. Pertanto, la reazione non può che nascere nella società civile attraverso la difesa degli spazi di scelta individuale e il rifiuto di ogni forma di ingegneria sociale; quella auspicata dai “costruttivisti”, che sono i principali nemici della società aperta perché rifiutano la fallibilità e demandano al potere politico il compito di edificare intenzionalmente l'ordine sociale, calpestando i diritti individuali in nome di un presunto bene comune superiore.

