Bellissima la letteratura del Novecento. Peccato che, se non conosci i classici, ti sfuggirà sempre qualcosa. O peggio. Non ne capirai l’essenza. Perché niente è più utile del passato, per comprendere il presente e immaginare il futuro.
“Un cuore greco- il ritorno ai classici nel Novecento” di Marina Valensise, edito nel 2025 dalla casa editrice Neri Pozza è una lettura utile per tutti i detrattori odierni del liceo classico, che sono, in gran parte, quelli che non lo hanno frequentato, o, peggio, quelli che non vogliono che le classi meno abbienti ne comprendano il potere.
Ascensore sociale come pochi altri luoghi, in quanto, se frequentato seriamente, era un ottimo trampolino di lancio per qualsiasi facoltà universitaria, il liceo classico si è sempre distinto per l’unicità di una materia, che si studia solo lì: il greco antico. La lingua in cui sono state scritte le più grandi opere di letteratura e di filosofia di tutti i tempi, da cui hanno preso inevitabilmente spunto tutti gli autori successivi, in vari modi, in varie lingue.
Classicus in latino vuol dire “di prim’ordine”. Il liceo classico infatti è stato considerato a lungo la scuola migliore, quella per chi aveva una gran voglia di studiare e che apriva le porte di qualsiasi facoltà universitaria.
Comprendere le etimologie delle parole (perché quasi tutte hanno radici greche) spalanca un mondo di conoscenza; e quanto alla letteratura, Marina Valensise nel suo libro ritrova tutto quello che c’è di classico nella letteratura del Novecento.
Artisti, poeti, drammaturghi, musicisti e scrittori, apparentemente contemporanei, hanno fatto del patrimonio classico una perenne fonte di ispirazione: da Hofmannsthal a Cocteau, da Picasso a Stravinskij, dall’ucraina Rachel Bespaloff a Corrado Alvaro, figlio di un maestro e giornalista del Corriere della sera, autore di Gente in Aspromonte, ma anche di una Medea diversa, straordinaria, umana come solo i classici sanno essere: non personaggi, ma persone che si presentano da soli, parlando e agendo. L’Iliade in guerra, Corrado Alvaro e la Medea d’Aspromonte e Filottete nella Ddr sono tre capitoli estremamente significativi del libro, che ci raccontano come alcuni sentimenti hanno una forza straordinaria, da sempre e per sempre.
Leggendo “Un cuore greco” si comprende che la storia recente, quella del Novecento, sfugge se mancano passaggi lontani, nel tempo e nello spazio, straordinariamente vicini nel significato. L’ultimo capitolo, “L’amore di Fedra e il suicidio di Sarah Kane”, irrazionale, irriverente, drammaticamente umano, descrive anche i momenti in cui l’umanità dà il peggio di sé. Un passaggio nell’opera di Marina Valensise appare straordinariamente attuale: “La svolta nell’uso e nell’abuso dei classici avviene con la guerra. Dalla sperimentazione ludica dell’avanguardia si passa alla cupezza della storia, che travolge con le sue tragedie la vite e i destini di un’umanità ormai priva del capriccio degli dèi, ma aggiogata all’arbitrio della politica. L’Olimpo è vuoto. Gli dèi sono scomparsi e i potenti che ne hanno preso il posto sono insensibili alle suppliche dei mortali, ma non rinunciano a torturarli. Spetta a un’ebrea ucraina, Rachel Bespaloff, esule in Francia, dar voce al nuovo capitolo. Rileggere l’Iliade nel 1938, mentre la pace di Monaco secondo lei non fa che annunciare la guerra, è un gesto che permette di dare forma al caos, di uscire dal non senso in cui si trova e sfuggire alla disperazione che l’attende”.
Ed oggi, anno 2026, i potenti della terra non sembrano essersi sostituiti agli dei, nei loro deliri di onnipotenza, nella loro avidità di potere? Forse i classici ci insegnano questo: che una guerra decisa per il capriccio di pochi porta sempre il sacrificio di tanti. Che il canto di Ilio, l’Iliade, è il canto di una città distrutta da una guerra che si poteva evitare. Un canto capace di lasciare senza parole, ancora oggi, chi pensa che i classici non abbiano più nulla da insegnare.
Elisa Latella

