La fantascienza compie 100 anni. Quella codificata in un genere preciso, con l’uscita nelle edicole americane del primo numero di “Amazing Stories”, il 5 aprile 1926. Il fondatore, editore e direttore era Hugo Gernsback, un ebreo immigrato dal Lussemburgo negli Stati Uniti, di cui acquisì la cittadinanza nel 1905. Prima di lui, la letteratura fantastica e avvenirista aveva avuto molti precursori, da Herbert George Wells, con i suoi “scientific romances” a Jules Verne e i suoi “Voyages Extraordinaires”. C’era poi Barsoom, il Marte di Edgar Rice Burroughs, creatore di Tarzan, pianeta di ambientazione delle avventure di John Carter. Più indietro, Louis-Sébastien Mercier, che nel 1771 pubblicò “L’anno 2440”, e prima di lui Cyrano de Bergerac, autore de “L’altro mondo o “Gli stati e gli imperi della luna” e de “Gli stati e imperi del sole”. Al culmine retrospettivo, Luciano di Samosata, che in “La storia vera” narra di un viaggio oltre le colonne d’Ercole spinto fin nello spazio e sulla Luna in particolare, dove incontra i Seleniti.
Si tratta comunque di escursioni in libertà fra quelle che poi Sergio Solmi e Carlo Fruttero avrebbero definito con il titolo di una celebre antologia “meraviglie del possibile”. Mentre Gernsback fa tesoro delle sue esperienze tecnologiche e delle sue invenzioni brevettate per imprimere alla narrativa di ispirazione futuribile e più marcatamente legata ai nuovi sviluppi della tecnica e all’allargamento delle frontiere scientifiche. Infatti è proprio lui a coniare il binomio “science fiction”, per soddisfare le attese dei lettori, specie i più giovani, rispetto al Novecento, un secolo decisamente proiettato in avanti nel tempo e nello spazio. Ne scaturì un filone che dominò i “dime magazines”, riviste tascabili da dieci centesimi.
Un quarto di secolo dopo, in Italia “science fiction” fu tradotta come “fantascienza” da Giorgio Monicelli, che nel 1952 fondò due testate: “Urania”, dove apparivano racconti e redazionali divulgativi, e “I romanzi di Urania”, inaugurati da “Le sabbie di Marte”, di Arthur C. Clarke, scienziato oltre che scrittore, membro della Royal Society. Sulla sua versione del pianeta rosso non c’erano le principesse e i guerrieri di Burroughs, bensì forme di vita davvero estranee a quelle terrestri, di grande plausibilità scientifica. Del resto, uno studio di Clarke sul periodico “Wireless World” nell’ottobre del 1945 anticipava il criterio della comunicazione planetaria simultanea, prefigurando una rete di satelliti immessi in orbite geostazionarie. Ne occorrevano tre, ad altitudine equatoriale di 35.000, con una velocità di 11.200 km l’ora, la stessa di rotazione della Terra. Clarke avrebbe poi scritto con Stanley Kubrik la sceneggiatura di “2001 Odissea nello spazio”, il film che cambiò la cinematografia di fantascienza, trasponendola nell’ambito della riflessione su un enigma epistemologico: l’esistenza di una mente aliena dagli attributi di Dio.
Tutto questo albergava già in nuce nello spirito di “Amazing Stories” e nella prospettiva che Gernsback intendeva dare alla sua idea editoriale. In precedenza dominavano visioni distopiche del futuro, senso di avventura o, nel caso specifico di Wells, ammonimenti che sfociavano nella politica. Sulle pagine di “Amazing Stories” convergono invece gli interessi di Gernsback nel campo dell’elettronica e delle comunicazioni radiofoniche. Era stato sempre lui a portare nelle edicole “Modern Electronics”, datata 1908. Un esperimento pionieristico di pubblicazione espressamente dedicata alla radio. Seguita dalla fondazione della “Wireless Association of America”, cui aderirono 10.000 iscritti nel volgere di un solo anno. È del 1913 l’esordio di un altro suo periodico specializzato, “The Electric Experimenter”.
Dalla radio alla televisione. Dopo la creazione della stazione WRNY, nel 1925 Gernsback partecipò alla prima trasmissione sperimentale di immagini video. Di suo, poi, scrisse alcuni racconti e il romanzo “Ralph 124C 41+”, che anticipava il cyberpunk, con protagonista un fotografo del futuro che, incaricato di un reportage, alla fine oscilla fra realtà oggettiva e soggettiva. Peccato che Gernsback non fosse un modello di etica professionale. Perse il controllo di “Amazing Stories” nel 1929 per bancarotta o forse per aggirare il fisco, riprovò con “Science Wonder Stories” e “Air Wonder Stories, che dopo il 1929 si fusero in “Wonder Stories”. Hugo Gernsback la diresse la fino al 1936.
Fra tanti meriti, non mancano i difetti. Clark Ashton Smith e Howard Phillips Lovecraft lo avevano soprannominato “Hugo the Rat”, Hugo il sorcio, perché non pagava un granché i collaboratori delle sue riviste, poi divenuti i massimi esponenti della “science fiction”. Quest’ultima, però, rimane un caposaldo dell’immaginario collettivo.
Enzo Verrengia

