Venerdì 22 maggio 2026, ore 17:27

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L’ultimo libro di Guido Melis “Le istituzioni della Repubblica Italiana” (Il Mulino, 2026), Professore emerito di Storia delle istituzioni della Sapienza, saggista e politico, è un’immersione nella storia repubblicana dal 1946 al 1994, accompagnata da trasformazioni politiche, sociali e economiche. Proprio a ridosso, dell’ottantesimo anniversario della Repubblica, parliamo con il Prof. Melis di alcuni eventi che hanno segnato la storia del nostro Paese.

L’incipit della nostra Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” è il frutto di un percorso dialettico e di mediazione avvenuto in seno alla Costituente (Togliatti, La Pira, La Malfa, Moro). Perché, alla fine del dibattito, abbiamo scelto il lavoro come fondamento della democrazia italiana?

L’articolo al quale lei allude (l’incipit della nostra Costituzione) è il frutto di un lungo processo di approssimazione tipico del modo di decidere della Assemblea costituente. Vi si arriva progressivamente, attraverso un vero e proprio processo, al quale partecipano tutti i principali attori della Assemblea. Infine, la soluzione, a lungo raffinata, sfocia nella formula che lei cita. La firmano Fanfani e altri, ma il processo della sua definizione è corale, tipico del modo di procedere della Assemblea. La scelta del “lavoro” (una parola assente dal vecchio Statuto albertino) è significativa: vuol dire far leva come principio basico della Costituzione in fieri della fatica umana volta a realizzare le condizioni le più avanzate possibile della vita collettiva.

Quello che è stato definito “il lungo dopoguerra italiano” che va dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e le elezioni politiche del 27-28 marzo 1994 è stato caratterizzato sia da elementi di continuità che discontinuità. Quali sono stati i primi e quali i secondi?

Non so se accetterei la definizione del “lungo dopoguerra” per l’intero periodo 1948-1994 (che costituiscono i termini temporali del libro). Fu “dopoguerra” in senso proprio l’età di De Gasperi (1948-1953), ma poi l’evoluzione successiva conobbe fasi diverse: l’avvento del miracolo economico e l’intenso processo di modernizzazione da esso innescato; la faticosa approssimazione al centro-sinistra; le nuove politiche appunto dettate dalla entrata nella maggioranza dei socialisti (i tre governi Moro); il paradosso dei governi instabili degli anni Settanta che però non impedì la sia pur tardiva realizzazione delle riforme (di quelle anche rinviate ai tempi dei tre governi Moro); la tumultuosa stagione del compromesso storico e la sua sostanziale cancellazione con l‘assassinio di Moro; i governi degli anni Ottanta e Novanta. Lei dice elementi di continuità e discontinuità: ha ragione. Al primo tipo appartengono le nuove legislazioni democratiche degli anni Settanta-primi Ottanta; al secondo i concitati tentativi, spesso falliti degli anni Ottanta-Novanta.

Quando e perché è finita la bella stazione della “centralità del Parlamento”? Con cosa è stata sostituita?

Quella che chiamiamo la stagione della centralità del Parlamento fu un’epoca abbastanza ristretta, collocabile alla fine degli anni Settanta-primi anni Ottanta. In quel periodo il Pci si avvicinò notevolmente alla Dc sul piano dei risultati elettorali (non alludo solo al voto per il Parlamento ma anche a quelli per i Consigli regionali e per le autonomie locali in genere). Ciò determinò una sorta di governo “occulto”, basato sul mantenimento del principale partito di opposizione fuori del governo e della maggioranza ufficiale – che continuava apparentemente a basarsi sulla conventio ad excludendum – ma al tempo stesso sul suo coinvolgimento di fatto nelle principali decisioni parlamentari. In quel periodo ebbero la presidenza della Camera Ingrao e poi, a lungo, Iotti. Si profilò l’idea che gradatamente le decisioni più importanti dovessero essere prese in base ad accordi con Pci e sempre più spesso tradursi in votazioni a favore anche da parte di quel partito. Questo processo si approfondì gradatamente dando corpo a un modello di governo contrattato, nel quale quello che era stato il principale partito di opposizione aderiva di fatto all’area di governo, pur non assumendovi ancora responsabilità dirette. Il processo si interruppe in modo drammatico con l’assassinio di Aldo Moro, dopo che l’esecutivo Andreotti aveva espressamente dato luogo dapprima al governo della “non sfiducia” e poi a prospettive sempre più di unità tra tutti i partiti. Scomparso Moro, il processo subì una brusca inversione.

L’assassinio di Aldo Moro di cui Lei parla nel libro è una pagina sofferta della nostra storia repubblicana. Cosa ha rappresentato dal punto di vista politico?

L’assassinio di Moro fu una catastrofe: il processo di legittimazione del Pci e del suo inserimento nell’area di governo si interruppe; il Psi – sotto la guida di Bettino Craxi – si collocò in una posizione diversa, entrando a far parte del cosiddetto “Caf” (Craxi-Andreotti-Forlani), una formula di governo che spinse il Pci di nuovo all’opposizione.

Il Presidente della Repubblica è la prima carica dello Stato. Si dice che i suoi poteri siano “a fisarmonica” cioè dipendano dagli equilibri politici in essere. Quali sono state le figure più carismatiche e con un maggiore peso “politico”?

In effetti, i poteri del Presidente della Repubblica sono stati nel tempo diversi, non solo per la differente interpretazione che della carica hanno via via dato i titolari succedutisi al Quirinale, ma per le mutate circostanze. Occorre qui accennare all’inizio della grande crisi dei partiti (che si profila già nel decennio degli anni Ottanta e prosegue nei primi dei Novanta), il che accresce il peso dell’intervento dei presidenti della Repubblica: Pertini e Cossiga innanzi tutto, sebbene ognuno a suo modo, che tendono a interpretare il malumore dei cittadini verso le istituzioni (un malumore rivolto contro i partiti di governo); ma poi anche – in modo più soft – i loro successori. Tra questi, a loro modo, anche Scalfari (per restare ai limiti cronologici del libro) e più tardi – ma qui non sono considerati – Ciampi, Napolitano e Mattarella. Certo, l’indebolimento dei partiti (adesso riflesso anche nella minore affluenza alle urne dei cittadini) produsse una crescita dei poteri presidenziali.

Nel libro usa l’espressione “la grande illusione”, a cosa si riferisce? Qual è stata la sua fine?

La grande illusione fu certamente quella della possibilità (contro gli stessi equilibri internazionali: intendo contro la volontà di americani e russi) di un governo di solidarietà nazionale come concepito da Moro. Questa prospettiva fu drammaticamente cancellata dal delitto Moro. Scoppiava intanto la crisi determinata dalle inchieste di Mani pulite e con esse si frantumavano i partiti. Il libro si chiude coi governi Amato e Ciampi, entrambi deboli e di emergenza. Con essi si chiudeva un’intera lunga stagione della vita della Repubblica; e se ne sarebbe aperta un’altra (quella di Berlusconi e poi dell’alternanza con Prodi), della quale il libro non si occupa. Ciò che restava sul campo era la straordinaria performance italiana degli anni tra i Cinquanta e il Sessanta (il miracolo economico), la lunga marcia interrotta del Pci di Berlinguer verso l’inclusione nel governo, la crisi profonda dei partiti. Un quadro di potenziale caos e di squilibri che in parte avrebbe caratterizzato i decenni successivi.

Serafina Russo

 

( 22 maggio 2026 )

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